Casacanditella

Nonni e nipote morti nel sisma in Venezuela, la cognata Maria: «Amavano l’Abruzzo»

6 Luglio 2026

Tre vittime abruzzesi, il dolore dei parenti. Il racconto della donna: «Li avevo sentiti al telefono poco prima del terremoto. Erano fieri delle loro radici. In estate tornavano spesso da noi per settimane»

CASACANDITELLA. Una distanza che non aveva mai trasformato quel rapporto in una parentela lontana. L’oceano c’era, certo, ma non bastava a separare davvero una famiglia abituata a sentirsi, a ritrovarsi, a riprendere ogni volta il filo come se nulla fosse cambiato. A ricordare Guido Firmani è la cognata Maria, moglie di Arnaldo Firmani, fratello di Guido. Maria fatica a parlare, l’emozione interrompe spesso il racconto. Le parole arrivano piano, una dopo l’altra, perché il dolore è ancora troppo vicino. Guido, per lei, non era soltanto il cognato che tornava dall’estero per qualche settimana. Era una presenza di casa. «Con me era come un fratello».

Il suo ricordo passa attraverso frasi semplici, quelle che in certi momenti riescono a dire più di qualsiasi racconto ordinato. Prima della tragedia ci sono i gesti di sempre: le telefonate, le visite, i giorni trascorsi insieme, le abitudini ritrovate a ogni ritorno. «Erano persone splendide», racconta Maria, «con noi avevano un rapporto fortissimo. Venivano sempre e restavano a casa nostra, anche se avevano una loro abitazione qui vicino». Non era il rientro formale di chi passa a salutare i parenti dopo anni di assenza. Era una presenza vera, familiare, riconosciuta da tutti. Nei paesi abruzzesi, dove tante famiglie hanno conosciuto l’emigrazione, ancora oggi il ritorno di chi vive all’estero è una scena che appartiene alla memoria collettiva: valigie, abbracci, estati passate insieme, case riaperte dopo mesi, parenti che arrivano da lontano ma che in realtà non sono mai percepiti come estranei. Anche per Guido era così. Arrivava a Semivicoli e rientrava subito nella vita del paese.

«Era molto conosciuto da tutti», racconta la cognata, «era come se non fosse mai partito». Il legame con la propria terra d’origine, nella memoria della famiglia, non era mai diventato nostalgia sbiadita. Era qualcosa di forte: una casa, un paese, parenti da riabbracciare, mesi estivi trascorsi tra tavolate e volti familiari. «Amava profondamente l’Abruzzo», dice Maria. Una frase che oggi suona come il riassunto di un’intera vita divisa tra due mondi, ma mai staccata dalle proprie radici.

L’ultima telefonata risale al giovedì precedente al terremoto. Una conversazione normale, una delle tante. Proprio per questo, oggi, ancora più dolorosa da ricordare. «Ci sentivamo continuamente», racconta Maria. Nessuno poteva immaginare che quel contatto sarebbe diventato l’ultimo, che pochi giorni dopo dall’altra parte dell’oceano sarebbe arrivata una notizia capace di cambiare tutto. Il messaggio è arrivato all’alba, da Miami. «Mi ha scritto una delle figlie alle 6 del mattino», ricorda. «Poi l’ho chiamata e mi ha detto del disastro che era successo». Da quel momento il dolore ha invaso anche le case dei parenti rimasti in Abruzzo, insieme all’incredulità per una perdita che ha colpito tre generazioni della stessa famiglia. Maria prova a raccontare Guido partendo dal carattere, più che dai fatti.

«Era molto presente con noi, molto affettuoso, una persona sensibile, speciale». Poi c’è l’immagine più dura, quella che la famiglia porterà con sé a lungo: Alberto, il figlio, salvo per una coincidenza di pochi minuti e poi tornato davanti alle macerie per cercare i suoi cari. «Ha iniziato a scavare senza aspettare, spiega la moglie del fratello Arnaldo, «quando è arrivato, la madre parlava ancora». Il resto, per ora, è un dolore difficile da comprendere. «Non si può immaginare quello che stiamo vivendo». A Semivicoli resta la memoria di Guido, Berina e Guidito, ma soprattutto il vuoto lasciato da chi, pur vivendo lontano, nel cuore dei compaesani non era mai andato davvero via. 

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