Omicidio Daita, arrestato D’Onofrio

La polizia notifica al giovane l’ordine di esecuzione della condanna a 8 anni e mezzo: da ieri è in carcere a Benevento
CHIETI. Sono da poco passate le dieci del mattino quando i poliziotti arrivano a casa di Emanuele D’Onofrio per arrestarlo. Gli investigatori della seconda sezione della squadra mobile, specializzata nei reati contro la persona, consegnano al 29enne l’ordine di esecuzione per la carcerazione firmato poco prima dal procuratore Lucia Anna Campo, all’indomani della condanna diventata definitiva a otto anni e sei mesi di reclusione per l’omicidio preterintenzionale del giornalista Simone Daita, morto in ospedale il 15 marzo del 2016, un anno dopo che i pugni ricevuti al volto e la successiva caduta in piazza Vico, cuore del centro storico di Chieti, lo avevano ridotto in fin di vita. È un cerchio che si chiude, a distanza di oltre sei anni da quella maledetta notte che ha interrotto l’esistenza di un uomo, Daita, all’epoca 52enne, e ha segnato per sempre quella di un giovane, D’Onofrio, che non era mai finito nei guai per motivi giudiziari e stava bevendo una birra al bar con gli amici dopo una giornata di lavoro da operaio. Una tragedia che sconvolge due famiglie: quella di Daita, piegata da un dolore indicibile per una perdita inaspettata, e quella di D’Onofrio, con due genitori che vedono il proprio figlio – fino al giorno prima incensurato – uscire di casa, insieme ai poliziotti, per andare in galera.
Il giovane arrestato arriva negli uffici della questura di piazza Umberto I a metà mattina. Ed esce qualche ora dopo, accompagnato dagli agenti che lo conducono fino al carcere di Benevento, perché negli istituti penitenziari abruzzesi non c’è neanche un posto disponibile, considerando le norme anti-Covid da rispettare.
Hanno retto fino all’ultimo grado di giudizio le accuse mosse dal pubblico ministero Giuseppe Falasca, che ha coordinato le indagini della squadra mobile e che, già davanti alla Corte d’assise di Chieti, aveva chiesto otto anni e mezzo di reclusione per D’Onofrio. Una pena ritenuta adeguata anche dalla quinta sezione della Suprema corte. Perché, come rimarcato dalla procura, se è vero che è stato Daita – che quella sera diceva frasi sconnesse e insultava tutti – a colpire per primo il giovane con un pugno al volto, è vero anche che la reazione di D’Onofrio si è dimostrata «scomposta, esagerata e punitiva». Per i giudici, dunque, non è stata una legittima difesa, anche se l’arrestato continua a ripetere: «Non avevo alcuna intenzione di fare del male a qualcuno. Ho avuto una reazione istintiva e spontanea quando mi sono sentito in pericolo». Una versione che il difensore del giovane, l’avvocato Roberto Di Loreto, ha sostenuto anche due giorni fa in Cassazione. Ma i giudici romani hanno rigettato il ricorso. E per D’Onofrio si sono spalancate le porte del carcere.
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