il giorno dopo

Omicidio Vasto. La confessione del padre tra le lacrime: ero disperato, mi aveva minacciato con un coltello

21 Aprile 2026

Il padre ha ucciso il figlio con tre colpi d’ascia, poi l’ha trascinato avvolgendolo nelle lenzuola

VASTO

La fine del mondo, in un condominio sulla circonvallazione Istioniense, ha la forma di tre colpi d’ascia. Domenica mattina, Vasto anticipa l’estate, ma al terzo piano la luce fatica a entrare nella camera di Andrea Sciorilli. Ventun anni, ex pugile, un lavoro rifiutato a poche ore dalla partenza. Ha in mano un coltello a serramanico. Davanti a lui c’è suo padre Antonio, 52 anni, dirigente amministrativo della Asl e avvocato, l’uomo che quel lavoro glielo aveva trovato. La casa è vuota, la madre è al turno del Conad, la sorella se n’è andata da un pezzo per non sentire più le urla. Il ragazzo minaccia. L’uomo esce dalla stanza, va in quella accanto, prende un’ascia. Rientra. Colpisce tre volte: alla testa, allo zigomo, allo sterno. Non c’è più il professionista stimato, non c’è più la carriera immacolata. Restano solo una famiglia devastata e un cadavere da far sparire.

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I carabinieri del reparto operativo di Chieti e della compagnia di Vasto, guidati dai tenenti colonnelli Antonio Di Mauro e Mario Giacona, ricostruiscono attraverso i rilievi scientifici e le prime deposizioni un tentativo di depistaggio tanto disperato quanto maldestro. Subito dopo che i colpi hanno raggiunto il corpo del giovane – di cui quello allo sterno risulterà mortale, secondo le primissime valutazioni medico-legali –, l’appartamento piomba nel silenzio. Antonio Sciorilli non compone alcun numero di emergenza. Prende delle lenzuola e ci avvolge il corpo di Andrea. Poi inizia la macchinosa fase dell’occultamento. L’avvocato trascina a fatica il cadavere fuori dall’appartamento. Lo tira verso il pianerottolo, lo spinge dentro l’ascensore condominiale e preme il pulsante per scendere. L’intenzione iniziale si ferma davanti all’impossibilità fisica o psicologica di completare l’operazione. Antonio abbandona la vittima lì, esattamente all’ingresso del garage condominiale. L’uomo si blocca, svuotato, chissà se nelle intenzioni iniziali c’era quella di caricare il corpo sulla sua Volkswagen Golf. A questo punto rientra nel condominio: nasconde le lenzuola, si cambia nel tentativo di occultare le macchie di sangue. Quindi torna vicino al cadavere. Un vicino di casa lo nota e compone il 112 per dare l’allarme. Quando le pattuglie dell’Arma si precipitano sul posto, l’avvocato è ancora lì, immobile.

Inizialmente, il cinquantaduenne non ammette alcuna responsabilità e mente in modo sgangherato agli investigatori. Cerca di costruirsi un alibi, raccontando una mattinata normale di una domenica di riposo. Sostiene di essere uscito per la consueta passeggiata con il cane, di aver lasciato il ragazzo ancora addormentato nel suo letto. Dice di aver fatto poi alcune commissioni all'esterno e che, al suo rientro nell’abitazione, Andrea semplicemente non c’era più. Un’assenza che non lo aveva minimamente insospettito, aggiunge, per via di un’abitudine radicata del figlio: quella di uscire spesso di casa senza avvisare nessuno per poi fare ritorno all’alba.

Ma la scena del crimine, esaminata dalla sezione investigazioni scientifiche, smonta la versione del dirigente pezzo per pezzo. Le tracce ematiche rinvenute sul posto sono inequivocabili: segnano come una mappa il percorso compiuto dal corpo, partendo dall’interno della casa, solcando il pianerottolo e macchiando irrimediabilmente l’interno dell'ascensore. Anche i vicini confermano di aver sentito una lite provenire dall’appartamento della famiglia Sciorilli. Era solo l’ennesima di una lunga serie, l’ultimo atto in un nucleo familiare dove la tensione è costante: nel 2024, i genitori e la sorella di Andrea avevano infatti presentato denuncia per maltrattamenti, che poi avevano ritirato, bloccando di fatto l’iter per l’allontanamento da casa. A pesare sul quotidiano erano le violenze frequenti, le botte, le suppellettili distrutte dalla furia del ragazzo, le continue richieste di denaro, che sembrano legate anche all’acquisto di droga. Per allontanarsi da quel contesto difficile, la sorella Lorenza, 26 anni, laureata in giurisprudenza e intenta a preparare il concorso per entrare in magistratura, si era trasferita a casa del fidanzato. Al momento del delitto, la madre Sabrina Bellano era assente, impegnata nel suo turno di lavoro al vicino supermercato Conad. Una dinamica familiare logorante che avrebbe dovuto trovare una pausa, proprio lunedì, con la partenza di Andrea per l’Emilia Romagna: ad attenderlo c’erano due settimane di formazione a Piacenza, come supervisore in un’azienda che si occupa di saldature di condotte, prima del ritorno a Casalbordino.

L’ostinazione di Antonio cede il passo alla forza dei riscontri raccolti dai carabinieri solo dopo ore. Il crollo avviene all’interno della caserma, davanti alle sostitute procuratrici Silvia Di Nunzio e Miriam Manfrin. Sono quasi le cinque del mattino quando l’avvocato, ormai messo alle strette dalle palesi contraddizioni del suo racconto, confessa. «Ero disperato», dice l’uomo scoppiando in lacrime e mostrando immediati segni di pentimento. Poi fornisce le ultime indicazioni per chiudere il cerchio investigativo: indica ai militari il punto esatto in cui ha nascosto l’arma del delitto subito dopo i fatti.

L’ascia viene così ritrovata all’interno di un mobile della mansarda. Scatta il sequestrato anche del coltello a serramanico che Andrea avrebbe impugnato per minacciare il genitore, dei vestiti, delle scarpe e delle lenzuola con tracce di sangue utilizzate per il trasporto nel garage. Solo quando il sole è già alto, l’arrestato lascia la caserma a bordo dell’auto dell’Arma per compiere il breve viaggio verso il carcere.

Adesso Antonio è in cella, accusato di omicidio volontario aggravato. È in isolamento, guardato a vista per il rischio di gesti estremi, assistito dagli avvocati Alessandro Orlando e Massimiliano Baccalà in attesa dell’udienza di convalida dell’arresto con il contestuale interrogatorio, nel corso del quale potrà confermare la confessione. Domani il medico legale Ildo Polidoro eseguirà l'autopsia, mentre il perito informatico Daniele Ortolano ha già ricevuto l’incarico per esaminare i cellulari. Ma non sembrano esserci misteri in questa inchiesta. Ci sono solo un padre, un figlio, un coltello, un’ascia sporca di sangue e un viaggio a Piacenza che non è mai cominciato.

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