Palazzo senza più licenze Chiesti 3 milioni di danni
Gli appartamenti rimasti vuoti, ora la società costruttrice del Novecento attacca Maxi richiesta di risarcimento al Comune: tre amministrazioni sotto accusa
LANCIANO. L’impresa costruttrice chiede 2 milioni 800mila euro di danni al Comune per Palazzo Novecento. Dopo 19 anni di cause e ricorsi giudiziari, si apre un nuovo capitolo dell’intricata vicenda edilizia che ruota attorno all’elegante palazzina di via Cesare De Titta, in pieno centro a Lanciano. La Dnd Immobiliare srl, rappresentata da Sebastiano Nasuti, ha citato in giudizio, davanti al tribunale civile, il Comune di Lanciano che fin dal 1996 ha rilasciato autorizzazioni e licenze a realizzare la palazzina dove vivevano dieci famiglie. Oggi gli appartamenti sono vuoti e in attesa di ospitare uffici e assessorati del Comune.
LA STORIA. Con due delibere, nel 1996 e nel 1997, il consiglio comunale approvò il piano di recupero del patrimonio edilizio esistente in via De Titta. Poi nel 1998 il Comune rilasciò la licenza edilizia. La ditta venne autorizzata a realizzare un fabbricato residenziale, Palazzo Novecento appunto, e a ristrutturare in stile liberty un villino esistente, Villa Tinaro. Accogliendo i ricorsi presentati dal confinante, l’avvocato Pietro Salvatore, l’anno successivo il Tar annullò questi atti poiché il piano regolatore aveva previsto un unico comparto per le aree, mentre il piano di recupero ne aveva di fatto realizzato solo una parte. Palazzo Novecento venne infatti costruito a confine con la proprietà di Salvatore, con una parete cieca dove il privato avrebbe potuto “appoggiare” la sua parte di costruzione. Invece ne è nata una guerra giudiziaria che negli anni ha portato alla revoca della concessione edilizia, a sentenze di abbattimento del palazzo poi ribaltate, fino ad arrivare allo sfratto delle dieci famiglie che nel 2000 acquistarono gli appartamenti. Oggi il palazzo è stato acquisito al patrimonio comunale e nei piani dell’amministrazione Pupillo dovrebbe ospitare assessorati e uffici, mentre il piano terra sarà destinato al pubblico per attività di front-office. Tutto questo farebbe risparmiare 85mila euro l’anno di affitto degli uffici, a cui si aggiungono i 300mila euro che sarebbero serviti per demolire la struttura.
RICHIESTA DANNI. Ma adesso c’è la tegola del risarcimento danni. La causa sarà discussa il 29 marzo prossimo. Sotto accusa ci sono le tre amministrazioni comunali che si sono succedute dalla metà degli anni Novanta ad oggi (Fosco, Paolini e Pupillo). Nell’atto di citazione la società, assistita dall’avvocato Alessandro Troilo, ripercorre le tappe della vicenda. Il nuovo ricorso giudiziario (una richiesta di risarcimento danni è stata già respinta dal Consiglio di Stato nel 2010) si basa sulla responsabilità da “contatto sociale qualificato”, prevista dalla recente giurisprudenza civile. «La responsabilità dell’amministrazione», dice l’atto di citazione, «discende da tutta la sequela di atti e provvedimenti dichiarati illegittimi e divenuti inefficaci su cui la Dnd Immobiliare srl aveva fatto pieno e incondizionato affidamento». Come a dire che la società si è fidata del Comune ed era convinta della legittimità dell’intervento urbanistico intrapreso. Ma «dalle scelte amministrative, dalle condotte e dagli atti e provvedimenti posti in essere dal Comune sono derivati ingenti danni». Quelli richiesti consistono nelle perdite subite e nel mancato guadagno. Le sole azioni risarcitorie degli acquirenti degli appartamenti ammontano a 800mila euro. A ciò si aggiunge la svendita di Villa Tinaro, valutata 1.335.000 euro e venduta all’asta per 451mila euro. «Senza dimenticare il clamore mediatico», sottolinea il ricorso, «che ha segnato in negativo la vita della società». «Abbiamo seguito la strada dell’onestà e siamo stati bastonati», è il cruccio di amministratori e soci della Dnd.

