Papa Francesco scopre il Vangelo in dialetto

22 Aprile 2018

Fraticelli manda in Vaticano la traduzione del testo sacro e il Pontefice si rallegra La lettera di ringraziamento: «Sua Santità ha gradito la testimonianza di fede»

CHIETI. «Oggi lu Pape, a la tilivisione, ha parlate de lu dialette». Ai primi di gennaio, il poeta Raffaele Fraticelli, 94 anni ben portati e supportati dal solito fervore creativo, lo comunicò con soddisfazione ai propri familiari. «Papa Francesco, in una omelia rivolta ai genitori in occasione del battesimo di alcuni bambini nella Cappella Sistina, affermò che la trasmissione della fede può essere fatta solo in dialetto», spiega sorridendo il figlio Marco, «e papà ne restò, ovviamente, particolarmente colpito. Cominciammo allora a pensare di inviare al Santo Padre una copia di “Parole de Vangéle”, una trasposizione in versi dialettali abruzzesi di passi scelti dei vangeli, accompagnandola con una lettera in cui venivano delineati alcuni tratti delle opere di mio padre, uomo profondamente religioso». E già gratificato, tempo fa, da monsignor Bruno Forte che lo definì «artista degli umili e poeta di Dio, sospeso fra prossimità e trascendenza». Si riascoltano, tutti insieme, le parole di Papa Francesco: «Il dialetto della famiglia, di papà e mamma, di nonno e nonna. Se, manca il dialetto, se non si parla tra i genitori la lingua dell’amore della vostra casa la trasmissione della fede non è facile e spesso non si potrà nemmeno fare». Ma sì. La lettera e una copia del libro vanno spediti. Marco se ne fa cura e giorni fa, a casa Fraticelli, in via Quarantotti, il postino recapita una busta proveniente dalla Segreteria di Stato del Vaticano. All’interno un messaggio nel quale monsignor Paolo Borgia comunica che «Sua Santità ha ricevuto con riconoscenza le devote espressioni di affetto e spirituale vicinanza unite ad un cortese omaggio che ha particolarmente gradito auspicando che la grazia e l’amore del Signore continuino ad accompagnare il cammino di fede e di testimonianza cristiana».
Può sicuramente bastare per scatenare un tumulto di sentimenti in Raffaele Fraticelli che anni fa ebbe anche modo di incontrare e scambiare alcune parole con Papa Giovanni Paolo II. «Il messaggio di Papa Francesco mi ha commosso e riempito d’orgoglio», il commento del poeta, umile come sempre e poco incline alle celebrazioni. In fondo, lo stile di una persona di straordinaria sensibilità alla quale la definizione di poeta dialettale può magari anche andare stretta se lo stesso dialetto assume aspetti diversi da quelli appunto tracciati dal Pontefice e ben sottolineati tempo fa da monsignor Forte a proposito della raccolta “Parole de Vangéle”: «Nell’uso popolare una espressione che rappresenta l’affermazione di una verità inconfutabile, di fronte alla quale si può solo ascoltare, accogliere e condividere. Tre verbi che i versi di Fraticelli invitano a mettere in pratica dinanzi al dono della buona novella quando l’ascolto si fa accoglienza con la mediazione dialettale a dare un tocco di familiarità e quotidianità».
Nei giorni scorsi, a margine della Processione del Venerdì Santo, il ricordo di quando un giovanissimo Fraticelli arricchì in diretta radiofonica, attraverso una mirabile e appassionata composizione, il mesto corteo degli incappucciati, oggi la lettera di Papa Francesco a emozionare un poeta che sembra occuparsi di piccoli mondi che però racchiudono esperienze universali, magistralmente filtrate attraverso il dialetto per arrivare in maniera più diretta all’animo delle persone. Spiritualità e ottimismo, speranza riassunta in quel “Aspitte n’atru ccune... sta p’ariscì lu tempe bbone”, altri vecchi versi radicati in una innata fiducia nei valori della vita.