Perdono giudiziale per il ragazzo accusato

Violenze di gruppo a Vasto, la Corte d’Appello ridetermina la pena per uno dei nove giovani coinvolti
VASTO . Raduni sessuali nei garage e nei locali abbandonati di un residence cittadino. Venerdì uno dei nove ragazzini coinvolti nella triste vicenda degli stupri di gruppo divisa in due filoni, è comparso davanti ai giudici della Corte di Appello dell’Aquila. La Corte aquilana, presieduta dal giudice Armanda Cervino, in riforma della sentenza di primo grado, in accoglimento delle richieste formulate dal difensore, l’avvocato Gianni Menna, ha rideterminato la pena per il giovane imputato riducendola a due anni di reclusione e dichiarando il “non doversi procedere” nei confronti del giovane per concessione del “perdono giudiziale”.
Il pm Roberto Polella aveva chiesto la conferma della pena di tre anni stabilita dal Tribunale per i minori dell’Aquila. Lo studente, ancora minorenne, era accusato di violenza sessuale di gruppo e di pornografia minorile. La vicenda nella quale rimase coinvolto è una storia dai contorni estremamente delicati e risale al periodo compreso tra febbraio e settembre 2016. La parte lesa è una ragazzina residente a Vasto e, fra gli accusati, c’è l’ex fidanzatino. Le indagini furono condotte dai carabinieri coordinati dal maggiore Amedeo Consales. Ad agosto dello stesso anno i carabinieri scoprirono un secondo filone ed una seconda vittima. Gli investigatori scoprirono episodi di pornografia minorile e violenze. I raduni venivano fotografati e ripresi. Cinque dei sei ragazzi coinvolti nel primo filone hanno chiesto la sospensione del procedimento e la “messa alla prova”. L’avvocato Gianni Menna ha invece deciso per il suo assistito un percorso diverso, convinto che la posizione del giovane fosse assolutamente meno grave. La Corte d’Appello gli ha dato ragione.
«La sentenza della Corte aquilana», ha commentato l’avvocato Menna, «ha consentito di chiarire in modo definitivo e nei termini corretti, il ruolo del mio assistito nell’ambito della vicenda. Le accuse iniziali sono divenute meno gravi e, cosa più importante, la decisione di non doversi procedere ha ridato serenità ad un ragazzo condannato un anno fa a tre anni di reclusione. Ho accolto con soddisfazione la sentenza», ha concluso il penalista, «perché chiarisce definitivamente la posizione del mio cliente rispetto agli altri coimputati sottoposti alla misura della cosiddetta “messa alla prova” per un periodo di due anni. Per il mio assistito è finito un periodo estremamente difficile». (p.c.)

