Polizia penitenziaria I 40 anni di un decano

A Madonna del Freddo si celebra la riforma e l’ex comandante Di Bartolomeo racconta la sua esperienza nelle carceri quando il detenuto acquisì dei veri diritti
CHIETI. Al carcere teatino c’è la “Notte della riforma”. Per celebrare i 40 anni dell’ordinamento penitenziario, si tiene questa sera, a partire dalle 20.30, un incontro con i detenuti, voluto dal direttore dell’istituto, Giuseppina Ruggero, alla presenza del magistrato di sorveglianza, Maria Rosaria Parruti. L’organizzazione dell’evento porta la firma anche dell’ex comandante della polizia penitenziaria, Valentino Di Bartolomeo, che a marzo scorso, compiuti i 60 anni d’età, è andato in pensione. Ma siccome, come aveva avuto modo di annunciare alla festa di commiato, «si lascia il lavoro, ma non l’impegno verso questo mondo», Di Bartolomeo è ancora lì, nel carcere di Madonna del Freddo, a cercare di far il possibile perché tutto funzioni nel migliore dei modi. «Pur senza fare troppe ingerenze», precisa, «ho collaborato nell’organizzazione di questo evento, perché ritengo sia molto importante far capire come quella riforma del 1975 segnò un punto di svolta rispetto al regolamento del 1931, che era addirittura un regio decreto. Con la riforma è subentrata la figura del magistrato di sorveglianza, che non ha più solo funzioni ispettive come in passato, ma sovrintende all’esecuzione della pena. Questo significa che adesso il detenuto è titolare di diritti veri». E per far capire quale sia stata la portata della riforma Di Bartolomeo ha organizzato una settimana fa anche un cineforum nel quale è stato proiettato il film di Nanni Loi, «Detenuto in attesa di giudizio», interpretato da Alberto Sordi. Dopo il film si è aperto il dibattito con i detenuti, insieme all’avvocato Mauro Morelli, di Pescara, alla direttrice Ruggero e all’educatrice Annamaria Raciti. «Ed è stato interessante ascoltare il racconto di un detenuto napoletano di 65 anni che, purtroppo, ha vissuto il carcere prima della riforma», ha detto Di Bartolomeo, «che raccontava nel suo italiano stentato di come al posto del bagno c’era il bugliolo, il vaso per i servizi igienici che si teneva tutta la notte in cella finché la mattina non passava qualcuno a ritirarlo e vuotarlo». Di Bartolomeo, originario di Campobasso ma “naturalizzato abruzzese”, ha iniziato a lavorare nel 1978, «nel momento di passaggio all’attualizzazione piena della riforma». Ha preso servizio prima nel penitenziario di Pescara, poi in quello teatino, fino alla pensione. «Il carcere è lo specchio della società», dice, «quello di Pescara è un po’ un porto di mare, quello di Chieti è molto più tranquillo. Almeno fino a che non è arrivata la sezione femminile. E la donna, si sa…” chiude con una battuta. Al «centesimo catenaccio», però, lui, evidentemente, «alla sera», non si è mai sentito «uno straccio», come cantava De Andrè, perché anche dopo la pensione continua a dare una mano. E d’altronde, se guarda indietro a ricordare i momenti più belli, li ritrova proprio nel rapporto con i detenuti.
Un incarico, quello avuto sia a Pescara che a Chieti, svolto sempre con determinazione, senza tentennamenti, ma anche con grande umanità. »É bello e sorprendente», conclude l’ex comandante, «quando, a distanza di anni, qualche ex detenuto ti viene ancora a cercare perché quella volta gli hai detto qualcosa che lo ha aiutato veramente».(a.i.)

