Prendono soldi per un posto in Ateneo

Arrestati ex dirigente Asl e altri quattro. Si spacciavano per il rettore, 17 genitori raggirati. Una coppia paga 25mila euro
CHIETI. Dicevano di conoscere il rettore Carmine Di Ilio, o il direttore generale Del Vecchio o un altro dirigente di spicco della università d’Annunzio. Il posto in ateneo era assicurato per il loro figlio neolaureato o in cerca di lavoro. Bastava “oliare” il sistema, versare soldi perché si avviasse la procedura di assunzione. Una coppia di genitori è arrivata a sborsare 25mila euro nella speranza di sistemare il proprio figlio. Ma naturalmente del dottorato di ricerca o del posto da dirigente neanche l’ombra. Sedici le persone truffate per un giro di denaro intorno agli 80mila euro.
GLI ARRESTI. La storia si è conclusa con 5 arresti per millantato credito, sostituzione di persona, falso in scrittura privata e truffa. Ai domiciliari sono finiti Patrizia Marino, 55 anni, impiegata della Asl di Ortona; Pamela Magno, 32 anni, disoccupata, figlia della Marino, quella che gli investigatori ritengono essere l’ ideatrice del meccanismo truffaldino; MarcoMarino, 54 anni, disoccupato e fratello di Patrizia; LucianoDi Odoardo, 69 anni, di Ortona, dirigente dell’ Arta di Pescara, questi è personaggio molto conosciuto soprattutto negli ambienti sanitari, anche perché precedentemente era stato direttore amministrativo della Asl di Ortona e Maria Concetta Vadini, 55 anni, disoccupata di Ortona.
Altri due sono indagati Lino Camillo D’Arcangelo, 59 anni, dipendente della Asl, responsabile della mensa del Santissima Annunziata e Cesare Claudio Di Renzo, 35 anni, disoccupato e figlio della Vadini.
GHOST WORK, LA TRUFFA. Il nome dato dai carabinieri all’operazione truffaldina sta a significare che il lavoro alla fine era fantasma. Queste persone godevano di un rapporto di fiducia con le loro vittime perché le conoscevano. La situazione occupazionale è critica ma una via si trova sempre, basta pagare. E per rendere l’operazione ancora più credibile, falsificavano atti amministrativi e tessere universitarie. E si facevano consegnare i soldi all’interno del campus per dare un carattere ancora più autentico alla vicenda.
LE FALSE TELEFONATE. «Guarda, ti arriverà a casa la telefonata della segretaria del rettore, o di tale dirigente», dicevano alle vittime per dimostrare quanto il meccanismo fosse vero e ben collaudato. E la telefonata a casa dei genitori arrivava davvero. Ma naturalmente dietro quelle frasi che assicuravano l’assunzione prossima, non c’era il funzionario o la segretaria del dirigente dell’università ma Pamela Magno, Marco Marino la Vadini o il figlio di questa, l’indagato Cesare Claudio Di Renzo. La prima nonostante la giovane età, viene considerata la testa pensante, quella che aveva ideato tutto il meccanismo e impartiva ordini e assegnava compiti. Alla madre spettava il ruolo di procacciare clienti mentre lo zio, Marco Marino, di proprio pugno aveva il compito di scrivere false scritture private e millantare conoscenze all’interno dell’ateneo. Figura di spicco assume quella di Di Odoardo che dall’alto della sua trascorsa esperienza all’interno della Asl utilizzava la propria autorevolezza per confermare ai genitori le promesse, inoltre seguiva l’evolversi degli eventi e dispensava consigli.
I POSTI DI LAVORO. I posti promessi erano o di un dottorato di ricerca o come figura dirigenziale dell’università. Ruoli di fiducia che vengono assegnati mediante nomina discrezionale e quindi senza necessità di un concorso.
LA DENUNCIA E LE INDAGINI. La denuncia viene presentata alla stazione dei carabinieri di Chieti Scalo, al maresciallo Filippo Scarcia da una coppia di genitori che in due anni aveva consegnato alla Marino 25 mila euro per remunerare personaggi di spicco dell’ateneo che avrebbero dovuto assumere le due figlie. I fatti risalgono ai due anni precedenti. I militari coordinati dal capitano Federico Fazio, avviano le indagini, diretti dal pm Giuseppe Falasca. E con l’aiuto delle intercettazioni telefoniche riescono a capire che i truffati sono diversi altri 15. Gli arresti richiesti da Falasca sono stati autorizzati dal Gip Paolo Di Geronimo.
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