Prostituzione e riti woodoo, maxi condanne

10 Aprile 2018

Il processo per riduzione in schiavitù: pene di 55 anni per 4 nigeriani sfruttatori di giovani connazionali

CHIETI. Facevano arrivare illegalmente in Italia le loro connazionali dalla Nigeria, le costringevano a prostituirsi e, laddove le ragazze si rifiutavano, le picchiavano e le minacciavano con riti woodoo. Con l’accusa di riduzione e mantenimento in schiavitù ieri mattina sono stati condannati quattro nigeriani (due residenti a Montesilvano, uno a Pescara e uno senza fissa dimora). La Corte d’assise del tribunale di Chieti, presieduta da Geremia Spiniello (giudice a latere Isabella Maria Allieri) ha inferto condanne pesanti. Eric Osawemwenze, detto Tony Udo, 49 anni residente a Montesilvano, è stato condannato a 14 anni. Stessa pena di 14 anni per i due nigeriani Kelly Iyekekpolor, detto Ruby, 35 anni senza fissa dimora, e Augustine Ogbonmwan Efe, 49 anni, residente a Montesilvano. Infine, Happy Nowe Odia, 36 anni, residente a Pescara, è stato condannato a 13 anni. Sono stati invece assolti gli altri imputati, tre donne nigeriane che avrebbero contribuito, secondo l’accusa, a mantenere in schiavitù le connazionali. Il pubblico ministero, David Mancini, aveva chiesto l’assoluzione per le tre donne e 12 anni a testa per i condannati. La difesa era composta dagli avvocati Stefania Trozzi, Pasquale d’Incecco, Teresa Discenza e Gianluca Giovannangelo.
I fatti risalgono agli anni che vanno dal 2007 al 2010. Il processo ha avuto un rallentamento a causa di un difetto di notifica (l’avviso di conclusione delle indagini era stato inviato senza traduzione). L’indagine è partita con tre giovani nigeriane che, per diversi motivi, sono venute in contatto con le forze dell’ordine. Cosa che ha fatto sì che acquistassero fiducia nei loro confronti, fino a quando hanno deciso di raccontare tutto. Hanno raccontato di come sono partite dalla Nigeria non sapendo cosa le aspettasse in Italia. E che una volta arrivate qui sono state segregate in un’abitazione di Montesilvano «private di passaporto», si legge negli atti del processo, costrette «inizialmente a prestazioni lavorative disumane come la vendita di calzini per strada, al fine di ripagare la somma di danaro» che era stata anticipata per venire in Italia (55mila euro). Fino a che non sono state costrette a prostituirsi. Nella loro situazione c’erano tante altre ragazze. Se qualcuna si rifiutava oppure non riusciva a guadagnare abbastanza, allora scattavano le botte, le minacce di morte, i riti woodoo e il terrore di ritorsioni anche contro la famiglia in Nigeria. (a.i.)