Punta Aderci, così ha colpito il piromane

Gli investigatori ricostruiscono il percorso fatto da chi ha innescato il rogo in un’area recintata e raggiungibile solo a piedi
VASTO. Gli investigatori hanno ricostruito il percorso fatto dal piromane che, domenica scorsa, ha danneggiato gravemente Punta Penna e Punta Aderci. Immagini e video acquisiti dai carabinieri sono stati fondamentali: la sequenza racconta da dove è partito il rogo, confermando – se mai ce ne fosse ancora bisogno – la matrice dolosa. Il punto in cui si è sviluppato l’incendio non è di passaggio: ecco perché viene esclusa quindi l’ipotesi di una cicca lanciata da un automobilista. Non solo: la zona è accessibile dopo aver scavalcato una sbarra e non si tratta di un’area turistica raggiungibile in auto. Chi ha provocato il rogo, dunque, ha agito a piedi. Difficile pensare che lo abbia fatto per ammirare il panorama, anche perché l’area è privata e in genere viene chiusa. Domenica non c’erano in porto navi di acido solforico da scaricare. Il piromane, quindi, è entrato in un’area recintata e chiusa per il riposo domenicale. I video mostrano il fuoco che, spinto dalle folate di libeccio, ha attaccato in pochi secondi la vegetazione vicina e si è trasformato in un fiume che ha distrutto la Riserva di Punta Aderci, tutta la costa fino a Libertini, ed è arrivato a lambire i capannoni industriali e il deposito della Amv, agenzia marittima vastese. Quando i soccorritori hanno girato i filmati, purtroppo il piromane era ormai lontano. Fondamentali saranno le immagini riprese dalla videosorveglianza della Nuova Solmine, l’azienda proprietaria dei silos di acido solforico alle spalle dai quali si è scatenato l’inferno. Le immagini racconteranno che cosa è successo prima dell’incendio. I video sono stati consegnati ai carabinieri forestali che indagano sull’accaduto. Dal momento che l’area in cui ha agito il piromane è privata, viene scartata anche l’ipotesi dell’autocombustione provocata magari da bottiglie di vetro poggiate sull’erba secca.
Giorno dopo giorno, si aggiungono quindi nuovi tasselli in una vicenda che è stata l’epilogo di un mese di fuoco a Punta Penna. Anche il primo incendio scoppiato il 5 agosto sotto il costone, insieme ad un altro rogo alla foce del Sinello, ha infatti un origine dolosa. Gli investigatori hanno scoperto più inneschi. In due mesi nella zona sono stati appiccati ben 6 incendi. Altri roghi dolosi sono stati accesi nella Riserva di Vasto marina. Un accanimento senza precedenti. «Riponiamo ogni speranza nelle forze dell’ordine», ha ripetuto il sindaco Francesco Menna, «affinché chi ha scatenato l’inferno e seminato paura fra i residenti e i turisti venga identificato. Non è il caso di fare polemiche politiche con vicende così dolorose. Cerchiamo piuttosto di aiutare gli investigatori a scoprire chi ha provocato alla nostra città un danno così grande».

