Quando Casati s’invaghì della piccola Pizzoferrato

Guardasigilli di Badoglio stimato da Togliatti, al suo funerale era in prima fila Lasciò Roma per il paese, arrivò in sella a un mulo perché le strade non c’erano
PIZZOFERRATO. Che cosa possa spingere un magistrato famoso, eccelso giurista poi diventato primo presidente della Corte di Cassazione, a lasciare Roma e scegliere Pizzoferrato come luogo dell’animo dove essere “umile tra gli umili”, “semplice tra i semplici”, è un mistero; ma la grandezza di uomo risiede spesso nei gesti incomprensibili ai più. Per meglio capire una scelta e dare a essa il peso specifico, è necessario aggiungere alcune note chiarificatrici: siamo nel 1925 e a Pizzoferrato ci si arriva solo a dorso di mulo.
«Siamo stanchi di questa fatua confusione romana, consigliami un paesino del tuo Abruzzo, dove io e la mia famiglia possiamo vivere nella semplicità», chiese Ettore Casati ad Alessandro Madonna, magistrato di Torricella Peligna. La risposta fu immediata: «Vai a Pizzoferrato, pensa che lì non ci arrivano neanche le strade». Qualche giorno dopo Casati e la moglie arrivarono a Pizzoferrato a dorso di due muli. Le foto d’epoca ritraggono Ettore Casati tra i contadini abruzzesi: gli stessi sguardi fieri, la stessa pacatezza, forza e determinazione.
VITA PUBBLICA. Ettore Casati nacque a Chiavenna (Sondrio), il 24 marzo 1873. Si laureò in giurisprudenza a Milano e iniziò subito la carriera di magistrato. Divenne Consigliere della Corte di Cassazione, consigliere di sezione della stessa Corte e, dal 6 novembre 1941, primo presidente, succedendo nella carica a Mariano D'Amelio. Nel 1943, rifiutò l’appello del governo fascista di giuramento alla Repubblica di Salò.
Nulla scalfirono le minacce subite, anzi chiese, come altri funzionari dello Stato anticipatamente il collocamento a riposo. Casati decise di recarsi a Sud, dove aveva sede il legittimo governo italiano; l’intento non riuscì subito e rimase bloccato a Pizzoferrato, dove fu raggiunto dagli Alleati. Raggiunta Salerno, dove aveva sede il governo, fu nominato il 15 febbraio 1944, nel primo ministero del maresciallo Badoglio, ministro guardasigilli.
Casati, come ministro della Giustizia, elaborò un disegno di decreto per l'espulsione degli elementi fascisti dall'apparato dello Stato. Tale disegno non fu avallato dal successore di Casati al ministero della Giustizia, Arangio Ruiz; questi sosteneva che andava contro il principio della "irretroattività" della legge. Casati però sosteneva che non si trattava di questione giuridica ma politica. La prassi italiota dei “voltagabbana” iniziava a dare i suoi frutti. Dopo il primo governo Badoglio lasciò la carica e fu chiamato a presiedere, dal 27 luglio del 1944, l'Alta corte di giustizia competente per i reati compiuti dai membri del governo fascista. Casati morì a Roma il 14 agosto 1945.
Dopo il suo funerale, al quale partecipò Palmiro Togliatti, sull’Unità fu scritto: «Alcuni ci hanno persino attaccato per l’omaggio che il nostro partito ha reso, per bocca del compagno Togliatti, ad Ettore Casati. Casati era un uomo che aveva ricevuto un’altissima carica dal fascismo e che aveva, in conseguenza, compiuto una serie di atti di adesione formale al fascismo.
Ma era in pari tempo un uomo che non aveva mai prostituito la sua coscienza di uomo e di magistrato, era un uomo che aveva saputo scegliere fra l’Italia e il fascismo il giorno in cui la scelta si era imposta alla sua coscienza».
SCRITTORE. Si possono menzionare solo poco opere, non certo per mancanza d’idee e argomenti ma di tempo: Spunti di diritto processuale in recenti sentenze della magistratura del lavoro, in Studi in onore di A. Ascoli, Messina 1931; Una "vexata quaestio" di diritto processuale civile. La compensazione giudiziale in appello, in Studi in on. di M. D'Amelio, Roma 1933; in collaborazione con G. Russo, un Manuale del diritto civile italiano, Torino 1947, postumo, in collaborazione con G. Russo.
PIZZOFERRATO. Nel paese dove “non c’erano neanche le strade”, Casati e la moglie, Elvira Maccagnini, arrivarono nel 1925. «Per quattro anni» racconta Marisa Fiorentino, moglie di Dino, figlio di Ettore, «abitarono nel palazzo baronale per poi, dopo aver venduto alcune proprietà di famiglia, a costruire su una sommità un “rifugio” cui mio suocero dette il nome di “Fileremo”.
Erano molto legati a questi posti, a questa gente, alla semplicità e fortezza; amore che i miei suoceri hanno trasmesso in mio marito Dino, pediatra, e in suo fratello Giorgio che ha lavorato alla Banca d’Italia. Quando mio marito rientrava a Pizzoferrato, la sua casa era sede di "pellegrinaggi" gratuiti, dai paesi limitrofi, di madri che portavano i propri figli malati».
Ettore Casati finì per diventare un abruzzese; un giorno in un saluto di commiato a un magistrato che andava a riposo, così si espresse: «È vivida in me l’impressione, direi visiva di quel lampeggiamento ove ardono compiacimento e orgoglio che spesso ho veduto balenare nell’occhio del nostro semplice contadino abruzzese quando, verso il tramonto della sua giornata di aspra fatica, depone lo strumento di lavoro, guarda il campo arato, misura l’opera compiuta e da quell’attimo contemplativo attinge la letizia del sereno riposo serale».
Casati possedeva il segreto delle anime nobili: far dimenticare la superiorità d’intelletto e di cultura. «Quelli che assistettero agli incontri tra lui e la gente del popolo» scrisse il giudice D’Amico su “L’eco della Regione” alcuni giorni dopo la morte di Casati, «poterono osservare di quanta umana comprensione si animasse il suo spirito e come fosse in lui naturale atteggiamento evitare ogni accenno alla sua superiorità di uomo e di studioso. Divenne di questo paese il costante benefattore: i singoli ricordano le sue opere di bene, tutti la costruzione di una strada tra le più belle d’Italia aperta tra l’incanto dei boschi e monti, di un acquedotto che dette ristoro a contrade sitibonde da secoli».
«Sua Eccellenza Casati» rammenta il sindaco di Pizzoferrato Palmerino Fagnilli «creò il consorzio di Bonifica dell'Alto Sangro e portò a compimento la strada Pizzoferrato-Gamberale-Stazione di Palena, togliendo il nostro paese dall'isolamento. Dispiace che quella strada sia chiusa da alcuni anni. Casati capì la potenzialità di questi luoghi, la bontà e sincerità di questa gente». Ettore Casati (su sua espressa volontà) e sua moglie riposano nel cimitero di Pizzoferrato.

