Rapinarono madre e figlia: «Perdonateci»

9 Luglio 2019

Gli autori del borseggio al cimitero di Madonna del Carmine scrivono alle due donne: «Ma non vogliamo sconti di pena»

LANCIANO. «Non riesco a darmi pace per il gesto compiuto nei vostri confronti. Sono stato debole, debolissimo a farmi comandare dalla droga. Con questa lettera vi porgo le mie più sentite scuse e colgo l’occasione per augurarvi il meglio dalla vita. Non prendete questa mia lettera come una forma di trattativa, sconti di pena, né voglio intenerire nessun. Volevo solo esternare quello che provo». «Non so come ho potuto commettere un gesto così disumano. Mi permetto di scrivere questa lettera per avere l’onore, la possibilità di guardare negli occhi le signore e chiedere loro umilmente scusa, un’infinità di perdono. Se accadrà forse riuscirò a sentirmi un po’ meno uno schifo».
Sono parole che vanno dritte al cuore, quelle di Nino N., 34 anni, e di Giuseppe D., 40 anni, in carcere da aprile scorso dopo aver rapinato una madre e una figlia che erano al cimitero di Madonna del Carmine. Lettere che sono arrivate al giudice per le udienze preliminari, Giovanni Nappi, da parte dei legali di Giuseppe, Gaetano Pedullà, e di Nino, avvocato Giuliana De Nicola e ieri sostituita in aula da Lucia Di Battista, che hanno chiesto e ottenuto il giudizio abbreviato che sarà discusso il prossimo 11 novembre.
Lettere che molti potrebbero interpretare come tentativo per avere uno sconto di pena, ma che in realtà mostrano il dolore di chi ha capito di aver commesso un «gesto ignobile», come scrivono, sotto l’effetto di droga. Parole che fanno capire come la realtà del carcere possa aiutare a far capire gli errori commessi, a rieducare in modo che si possa avere un’altra possibilità. Inoltre le lettere sono accompagnate da promesse di risarcimento dei danni, in parte già avvenuti.
I due il 12 aprile scorso hanno minacciato madre e figlia che erano al cimitero, sfilato la borsa e preso la fede dal dito della figlia. Catturati, sono finiti in carcere, lontani dalle famiglie, dalla droga. E hanno capito che cosa hanno fatto. «Porgo le mie più sentite scuse, adesso che sono a mente lucida e non sono sotto effetto di stupefacenti e alcol», dice Nino che racconta alle donne l’ultimo anno di vita, in cui è arrivato a «chiedere in maniera costante soldi in famiglia, amici e a fare debiti per drogarmi ogni giorno», a far soffrire i genitori. E promette di stare lontano dalla droga. Come fa Giuseppe. «Per questo orrendo gesto disumano», scrive Giuseppe, «sono stato abbandonato anche dai miei genitori, dalle mie sorelle. Mia moglie dall’arresto è venuta a trovarmi solo una volta. Non riescono a farmi capace a che punto ero arrivato per procurarmi quella maledetta cocaina. Donatemi il perdono e se accadrà continuerò a lottare con ancora più forza per ritornare ad essere un padre speciale».
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