Restano in carcere i 4 arrestati «Hanno agito con tanta ferocia»

Il gip Canosa conferma la massima restrizione per il gruppo di albanesi accusato di tentato omicidio Tra i motivi «l’estrema gravità dei fatti», il «pericolo di recidiva» e la «possibilità di inquinare le prove»
LANCIANO. «Estrema gravità dei fatti», «pericolo di recidiva criminosa» e «di inquinamento delle prove». Per questi motivi restano in carcere i quattro albanesi arrestati per la sparatoria di domenica sera nella zona industriale di Follani. Il gip del tribunale di Lanciano, Massimo Canosa, ha confermato la massima restrizione per Altin Pojana, 39 anni, residente a Fossacesia, Amarildo Ferko, 23, residente ad Altino, Florenc Kurti, 25 anni, e Behar Gjoka, 22, entrambi residenti in località Selva di Altino.
LA DECISIONE DEL GIP Secondo giorno di interrogatori in videoconferenza per gli albanesi ritenuti responsabili di tentato omicidio, lesioni personali aggravate e porto abusivo di armi, in concorso tra loro. Anche Ferko, assistito dall’avvocato Silvana Vassalli, e Kurti, difeso dall’avvocato Gaetano Pedullà, si avvalgono della facoltà di non rispondere, come avevano già fatto gli altri due. Al termine dell’udienza arriva la decisione del Gip, che non convalida gli arresti, non ravvisando la “quasi flagranza”. Nella valutazione sembra non siano rientrate le “tracce” scovate dai carabinieri di Lanciano, come le scarpe da tennis con macchie ematiche, sequestrate. Gli stessi militari, giunti nell’abitazione di Pojana, a Fossacesia, hanno bloccato la lavatrice in funzione nel bagno, ritenendo che l’indagato fosse tornato a casa per eliminare residui di polvere da sparo o tracce di sangue dai vestiti. La mancata convalida non modifica comunque la permanenza in carcere dei quattro: il gip dispone che restino reclusi negli istituti dove sono attualmente, ossia due nella casa lavoro di Vasto, uno a Pescara e uno a Isernia.
LE GRAVI CONDOTTE «La gravità dei fatti è estrema», evidenzia in un passaggio dell’ordinanza il gip Canosa. Il colpo di pistola, a cui non sarebbero seguiti altri solo per l’inceppamento dell’arma, è stato sparato contro O.K., 28 anni, mentre questi era di spalle e tentava di fuggire. «Un comportamento ingiustificabile, che denota una particolare ferocia da parte degli indagati», sottolinea il giudice. Il giovane, ricoverato in prognosi riservata a Pescara, rischia di non camminare più. All’incontro delle 20,05, in un luogo appartato nella zona industriale scelto per dirimere la lite scoppiata poche ore prima in un bar del centro, il primo a scendere dall’auto e ad andare incontro al gruppo rivale per risolvere bonariamente la questione è E.S., 23 anni, che però viene subito aggredito, spintonato e colpito con una mazza di ferro in testa. O.K. interviene in soccorso del ragazzo, con il quale ha legami di parentela, ma quasi subito viene colpito dal proiettile.
ALL’INCONTRO ARMATI All’appuntamento entrambi i gruppi si presentano con i rinforzi, ma una delle fazioni è anche armata di bastoni e pistola. L’intento è ben poco pacifico insomma, tanto da implicare, secondo il giudice, una premeditazione dell’aggressione. I feriti e gli amici, A.T. e R.T., individuano in Altin Pojana la persona che detiene la calibro 38 (che attualmente non si trova), prima mostrata per spaventare i rivali e poi utilizzata per colpire O.K.. Secondo i testimoni, sarebbe stato poi Behar Gjoka a colpire in testa con una spranga E.S., il quale riferisce di aver prima ricevuto diversi pugni. Anche se le condotte più violente sono attribuite a Pojana e Gjoka, tutti, sottolinea il gip, «le hanno condivise, partecipando con pugni e spintoni».
I MOTIVI OSCURI Molti aspetti della vicenda sono ancora da chiarire, tra cui le motivazioni del litigio. «Se futili», rileva Canosa, «evidenzierebbero un’indole violenta degli indagati per le più banali ragioni; se seri, invece, fonderebbero un concreto pericolo di reiterazione del reato». Viene tenuto in conto anche il rischio di inquinamento delle prove, ossia che gli indagati - che risultano incensurati o senza precedenti specifici - possano indurre le parti lese a ritrattare quanto dichiarato. Le difese chiedevano i domiciliari anche per consentire agli indagati, impiegati in fabbrica o nel settore edilizio e agricolo (sono stati presentati contratti e buste paga), di recarsi al lavoro. Ma per il gip a prevalere sono ancora le esigenze cautelari.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

