Rifiuti a Colle Sant’Antonio Ora i cittadini hanno paura

Dopo la pioggia i residenti temono il pericolo di contaminazione dei terreni Marino denuncia: «La discarica andata a fuoco è aperta, il materiale si disperde»
CHIETI. Sono arrivate le prime piogge e i cittadini che vivono a poca distanza dalla discarica di rifiuti tossici andata a fuoco a colle Sant’Antonio sono preoccupati e si chiedono dove andrà a finire l’acqua piovana che cade sui rifiuti di quest’area. E, soprattutto, perché nessuno ha ancora provveduto a mettere in sicurezza il sito, magari solo con un telo per coprire i resti del materiale andato a fuoco nella notte tra il 27 e il 28 giugno. Mentre pubblica i bollettini meteo su Facebook, il presidente dell’associazione “Amici del colle”, Marcello Marino, torna a chiedere come mai nessuno si attivi per tentare di arginare i rischi di contaminazione provenienti dalla discarica.
Marino si è recato personalmente sul posto per monitorare la situazione e ha registrato condizioni di completo abbandono. «La discarica è perfettamente accessibile a tutti», dice, «il cancello è aperto, i rifiuti, o quel che ne rimane, sono stati trasportati via da vento e pioggia e l’ordinanza comunale che prevedeva la messa in sicurezza è stata tranquillamente ignorata». A distanza di circa un mese dal rogo della discarica, il 24 agosto il sindaco Umberto Di Primio ha emesso un’ordinanza che prevedeva vari passaggi. Il primo era proprio la messa in sicurezza del sito e il proprietario (Domenico Leombruni, amministratore della Serveco srl, titolare della prima autorizzazione allo stoccaggio provvisorio di rifiuti speciali) avrebbe dovuto provvedere in 15 giorni, altrimenti ci avrebbe pensato in proprio in Comune che poi si sarebbe rifatto economicamente sul privato. Le due settimane sono trascorse e non è successo nulla. Oltre alla messa in sicurezza del sito l’ordinanza prevedeva molto di più. La seconda prescrizione, infatti, riguardava la bonifica del sito, cosa ancora più difficile e onerosa da portare a termine. L’ordinanza obbligava ad «individuare a proprie spese e mediante indagine preliminare, i parametri oggetto di inquinamento anche al fine di accertare il superamento o meno delle soglie di contaminazione e a proporre, ove risultassero superate, un progetto di bonifica del sito contaminato con relativo cronoprogramma di intervento».
L’ordinanza avvisava anche che entro 60 giorni sarebbe stato possibile presentare ricorso al Tar ed è ammesso ricorso straordinario al Presidente delle Repubblica entro 120 giorni dalla pubblicazione dell’atto all’albo pretorio comunale. Di certo i residenti non possono restare inerti e aspettare due o quattro mesi mentre le piogge autunnali alimentano le falde acquifere della zona. Falde acquifere sulle quali è lecito interrogarsi per quanto attiene il grado di contaminazione almeno a partire dal 2012, quando il giudice Patrizia Medica ha emesso una sentenza che prevedeva un percorso preciso e cioè la messa in sicurezza del sito, l’analisi del contenuto per vedere se erano state superate le soglie di contaminazione e, in caso positivo, la bonifica. E invece a colle Sant’Antonio si brancola ancora nel buio. La discarica è in balia degli eventi atmosferici e i residenti si sentono talmente abbandonati a se stessi che hanno deciso perfino di autotassarsi per pagare delle analisi private che facciano luce sul grado di contaminazione generato dall’incendio. Le analisi sono state affidate a un istituto di Pordenone, i risultati sono arrivati, ma i dati sono di difficile comprensione. E così siamo punto e a capo.
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