Risarcimento beffa dopo 50 anni: i soldi arrivano quando è morta

La paziente contrasse l’epatite C nel 1972, in ospedale, durante quattro trasfusioni successive al parto Regione ed ex Ulss pagano 2 anni dopo la sentenza del tribunale, ma la vittima è deceduta da 5 mesi
CHIETI. È stata risarcita dopo cinquant’anni e una vita segnata dalla malattia, da quell’epatite C contratta all’ospedale di Guardiagrele nel 1972, quando i medici la sottoposero a quattro trasfusioni di sangue nelle ore successive alla nascita della prima figlia. Ma qualche settimana fa, quando sono arrivati i soldi, all’incirca 130mila euro, lei era morta già da cinque mesi. Una beffa nella beffa. È la storia di A.T., che si è spenta a 71 anni, dopo una lunga battaglia legale nella quale ha portato davanti al tribunale di Chieti la Regione Abruzzo e la gestione liquidatoria dell’ex Ulss teatina, nel 2020 condannate in solido dal giudice Gianluca Falco a pagare il danno biologico causato alla donna. Ma entrambi gli enti si sono decisi a sborsare il denaro solo a distanza di oltre due anni da quella sentenza, ovvero dopo un pronunciamento del Tribunale amministrativo regionale.
LA RICOSTRUZIONE
Nell’ottobre del 1972 la donna venne ricoverata, per travaglio di parto, nel reparto ostetrico-ginecologico di Guardiagrele. Durante la degenza successiva alla nascita della bimba, come raccontano le carte, fu sottoposta a «quattro emotrasfusioni di sangue». L’infezione, è spiegato in sentenza, è rimasta «sostanzialmente silente sino al 1998, quando emersero i primi, importanti sintomi della malattia e, con essi, l’incidenza effettiva sulla salute, fisica e psichica, della donna che, ancora nell’anno 1995, era iscritta all’Ufficio di collocamento in cerca di lavoro».
IL PRIMO RICORSO
Nel 2005 la donna ha presentato richiesta per ottenere i benefici previsti dalla legge 210 del 1992, «ritenendo di essere stata vittima di contagio da epatite post-trasfusionale». E la commissione medico ospedaliera di Chieti ha espresso parere positivo in merito al «nesso causale tra l’epatite e le quattro emotrasfusioni eseguite nel 1972, sottolineando come il laboratorio analisi dell’ospedale di Guardiagrele avesse comunicato di non possedere registri relativi al sangue trasfuso ad A.T., ammettendo di fatto l’impossibilità della Asl di Chieti, nella cui responsabilità ricadeva la somministrazione delle trasfusioni, di documentare l’assenza di infettività per virus dell’epatite C dei donatori». Nel 2017 la paziente si è sottoposta a «terapia eradicante», con successo, per cui è riuscita a sconfiggere la malattia.
IL PRONUNCIAMENTO
Nello stesso anno il caso è arrivato davanti al tribunale. Mancando la «tracciabilità» delle sacche, come riportato in sentenza, «non è possibile neppure stabilire se si trattasse di sangue proveniente da donatori italiani o importato. Inoltre, non è dato neanche sapere se il sangue provenisse da un centro proprio dell’ospedale o, in convenzione, da quello di un’associazione o di un ente esterno». E ancora: nessuno ha «indicato (o tanto meno dimostrato) che A.T. abbia subito altri “eventi” o abbia tenuto “altri comportamenti” potenzialmente idonei a provocarle il contagio dell’epatite».
SENTENZA-PILOTA
«È una sentenza destinata a fare scuola», spiega l’avvocato Carmela De Clerico, che ha assistito la paziente, «soprattutto per due ragioni. La prima è legata agli enti a cui è stata imputata la responsabilità del danno, ovvero la Regione e la struttura sanitaria in cui è avvenuto il contagio, invece del ministero della Salute. Il secondo motivo è inerente ai termini temporali della vicenda: nel 1972 non erano ancora disponibili, né tanto meno obbligatori (lo divennero dopo il 1978), i test sul sangue per escludere il rischio di infezioni epatiche».

