Rivoluzione urbanistica in città Il Comune si affida a Pozzi

Il direttore di Architettura e il suo staff chiamati a dare idee per cambiare soprattutto lo Scalo Nell’intervista al Centro il docente spiega: «Via le auto dal centro storico. La svolta è il fiume»
CHIETI. «Non vogliamo fare voli pindarici, o parlare di un sogno ma studiare un progetto realistico di innovazione per la città. Noi ce la metteremo tutta, ma siamo solo una parte di questo protocollo d’intesa».
Il professor Carlo Pozzi, direttore del Dipartimento di Architettura di Pescara, parla della Chieti nuova che il Comune intende realizzare per uno sviluppo ecologico, sostenibile e di rivitalizzazione della città, sollecitato dalla domanda sulla concretezza di questa iniziativa. Il primo punto fermo è che con il Comune ha firmato un protocollo d’intesa con Architettura, dove un gruppo nutrito di tecnici è chiamato a studiare un piano chiamato “Laboratorio progetto urbano sostenibile”. Attività propedeutica al nuovo piano regolatore.
Ieri mattina la prima riunione tecnica in Comune tra il sindaco Umberto Di Primio, il professor Pozzi, il professore della d’Annunzio Alberto Clementi, i rappresentanti degli ordini professionali di Chieti, il dirigenti degli uffici amministrativi.
Professore di che si tratta?
«Non facciamo il piano regolatore ma un lavoro di base, una ricerca sulla possibilità di innovare la città, parte alta e bassa, dove questa offre un grande margine di intervento».
Si può fare di più allo Scalo?
«Io lavoro anche sulle favelas e in questa ottica la parte bassa ha riscosso più apprezzamento. Lo Scalo rappresenta la periferia della città e va assistita ma ha delle aree impreviste da scoprire e valorizzare».
Cominciamo dal Colle.
«La parte alta deve essere reinterpretata. Una città romana italica che fonda la sua ricchezza sugli scavi archeologici che però sono nascosti e dove ci sono decine di edifici vuoti, ex conventi che vanno ristrutturati».
La prima cosa da fare a Chieti alta?
«Togliere immediatamente le auto dal centro storico e creare intorno una rete di parcheggi, quelli attuali sono orribili ma esistono. E poi raggiungere il centro a piedi.
Come ad Arezzo dove con le auto non si entra e non si discute. La parte alta deve diventare la città creativa riconsegnata agli studenti e alla cultura».
Con Pescara come si misura?
«Durante la riunione è venuta fuori questa diatriba con Pescara. Città con la quale può al contrario esistere una interessante convivenza. Al ritmo forsennato della città adriatica va contrapposta Chieti dove ci si deve fermare al Marrucino, a palazzo de’Mayo».
Ora parliamo dello Scalo.
«Va recuperata la stazione ferroviaria che non deve rimanere uno scalodell’800 e dev’essere dismessa come terminal bus. Ma non potendo arretrare la ferrovia bisogna scavalcarla da sotto e da sopra».
E il fiume Pescara?
«Rappresenta la centralità di una riqualificazione dello Scalo e a ridosso del fiume non si può più costruire. Ho saputo che il Pescara era un corso “a treccia” dove c’erano isolette poi fatte sparire per la rete idroelettrica. Non si può cambiare la situazione ma lavorare per consentire al fiume di rientrare e uscire nei momenti critici, senza esondare. E lì costruire un parco fluviale».
Ora colleghiamo lo Scalo al Colle.
«Il percorso parte dal campus universitario per arrivare al Palatricalle fino al centro storico con semplici mezzi meccanizzati, in un recupero del rapporto con il verde. Solo il verde ci può aiutare e per questo abbiamo giovani paesaggisti che studieranno la manutenzione del territorio attraverso gli orti urbani. Abbiamo una squadra di economisti, ingegneri, professionalità straordinarie e non solo nell’accademia. È una sfida dove lo Scalo deve recuperare in immagine con la città alta nel rispetto dei margini di trasformazione. Non è un sogno».

