Rogo, l’Arta scopre mercurio e cadmio

Metalli pesanti oltre i limiti individuati nelle acque rimaste a terra dopo lo spegnimento dell’incendio nella discarica
CHIETI. Nelle acque di spegnimento dell’incendio della discarica di Colle Marcone ci sono concentrazioni anomale, oltre la soglia di sicurezza, di metalli pesanti. È quanto ha rilevato l’Arta che ha fornito i risultati delle prime analisi fatte il 30 giugno scorso. E’ ancora in corso la ricerca di laboratorio dei microinquinanti organici e sono in fase di espletamento gli accertamenti riferiti ai campionatori passivi per valutare la qualità dell’aria rispetto a inquinanti “marcatori” come l’acido cloridrico. Intanto si sa che nei campioni di acqua usata per spegnere le fiamme erano presenti diversi metalli pesanti che, in elevate concentrazioni, sono nocivi per la salute, causando problemi nervosi, malattie immunitarie e tumori. Le sostanze che superano il limite fissato sono: alluminio, antimoro, boro, cadmio, cobalto, manganese (per il quale, però, bisogna sottolineare che in Abruzzo valori elevati di concentrazione, soprattutto nei suoli, sono comuni e si rinvengono anche in territori naturalmente integri), mercurio, rame, selenio e zinco. Sale, dunque, l’allarme per la salute pubblica soprattutto nelle zone a ridosso del sito andato in fiamme. Allarme rilanciato anche dal Wwf che chiede maggiori controlli sui suoli e sui prodotti agricoli e s’interroga sul perché la segnalazione della forestale, 11 mesi prima del sequestro disposto dalla finanza, sia rimasta senza conseguenze. Il presidente del Wwf Chieti-Pescara, Nicoletta Di Francesco, cita anche la frase del giudice estensore della sentenza, Patrizia Medica, che definisce “incredibile paradosso” il fatto che già quasi un anno prima rispetto al sequestro della guardia di finanza, “le condizioni drammatiche dell’area erano state accuratamente monitorate pure dalla forestale, che il 14 marzo 2008 aveva rimesso un rapporto alla Procura di Chieti. Violazioni insomma formalmente scoperte nel febbraio 2009 ma note alla Procura già 11 mesi prima, nella assoluta indifferenza”. A lasciare “l’amaro in bocca” è anche il fatto che, sottolinea ancora la presidente Wwf, la sentenza di primo grado sottolinea che la presenza dei rifiuti rappresenta un “grave pericolo ambientale” nonché un “pericolo di incendio dell’intera area, considerata la presenza di sostanze altamente infiammabili”. E dunque, la tipologia di materiale accumulato nel sito è, almeno in parte, nota proprio grazie alle indagini sia della forestale che della finanza. In base a queste conoscenze, il Wwf ha interpellato un esperto, il coordinatore del comitato scientifico di Isde Italia (International society of doctors for the environmed), Agostino Di Ciaula. «Tutti gli inquinanti sino ad ora testati», osserva Di Ciaula, «sono soltanto inquinanti atmosferici. La loro pericolosità, sempre presente, è direttamente proporzionale alle concentrazioni raggiunte. D’altra parte, però, la loro persistenza nell’aria ambiente è limitata nel tempo. La concentrazione raggiunge il picco massimo durante l’incendio ma progressivamente cala. Il discorso cambia per gli inquinanti che, pur avendo raggiunto il picco atmosferico massimo durante l’incendio, successivamente possono aver contaminato suoli e acqua in modo persistente, in quanto bioaccumulabili e non biodegradabili». L’esperto consiglia di indirizzare i successivi controlli sulle concentrazioni di queste sostanze nelle matrici ambientali e in campioni biologici, ripetendoli a distanza di un mese, nei suoli, nei prodotti agricoli e, soprattutto, nelle uova. (a.i.)

