Ruba 20mila euro di gioielli, condannata

14 Marzo 2019

Furto messo a segno in un’oreficeria da una finta cliente. La titolare: giustizia è fatta, ma quell’episodio mi ha segnato

CHIETI. Ha rubato un rotolo con 20mila euro di collane d’oro fingendosi una cliente. Solo dopo un po’ la commessa si è accorta del furto e ha lanciato l’allarme. Ma i carabinieri sono riusciti comunque a identificare la ladra. Ora è arrivata la sentenza definitiva per quel maxi colpo in gioielleria: Elena Pongetti, 57 anni, nata a Terni e residente nel Pescarese, è stata condannata a 8 mesi di reclusione. La Cassazione ha confermato le decisioni del tribunale di Chieti e della Corte d’appello dell’Aquila.
LA VITTIMA. «Sono soddisfatta: la giustizia ha fatto il suo corso», dice Nicoletta Paciocco, la proprietaria della gioielleria di Vacri finita nel mirino della condannata e di una complice mai identificata. «Quello che è successo mi ha segnata, lo porterò dietro per sempre. Ci sono stata malissimo, non volevo più andare in negozio perché avevo paura. Quando la porta suonava, avevo il terrore se mi trovavo di fronte una persona che non conoscevo. Questo è stato il motivo principale che mi ha spinto a chiudere il negozio».
IL FURTO. È inizio marzo del 2013 quando Pongetti e una complice, stando alla ricostruzione degli investigatori, arrivano nella gioielleria di Vacri, l’unica presente nel piccolo centro del Chietino. Non è la prima volta che le due donne si presentano in quel negozio: in passato hanno già acquistato gioielli per qualche centinaio di euro. «Siamo venute qui perché in paese conosciamo delle persone», ripetono. Ma la commessa e la titolare non possono sapere che quella è tutta una strategia per non destare sospetti e carpire in fretta la loro fiducia. Fatto sta che, anche nel giorno del furto, le ladre fanno compere per non dare nell’occhio. Ma prima di allontanarsi, mentre distraggono l’unica commessa con continue richieste di informazioni sui monili esposti in vetrina, riescono a nascondere – probabilmente in una borsa – il rotolo contenente collane d’oro. Poi pagano e vanno via. La commessa, solo dopo l’arrivo della titolare, si accorge del furto. A quel punto scattano le indagini dei carabinieri. E la dipendente riconosce in foto una delle due ladre. Pongetti è riuscita a contenere la pena anche perché ha risarcito parte del danno.
LA SENTENZA. La Cassazione ha respinto il ricorso «presentato dall’imputata» perché «inammissibile». La Corte d’appello, scrivono i giudici romani, «ha congruamente osservato che non vi era ragione alcuna per non ritenere attendibili le dichiarazioni della commessa sia sull’oggetto che l’imputata aveva sottratto, sia sul suo valore, sia sulla individuazione fotografica, circostanze sulle quali la testimone si era espressa con grado di certezza».
LA DIFESA. Ha «mosso critiche alla ricognizione fotografica» perché «sull’imputata non si era rinvenuto il leggero strabismo che, invece, la connotava». Non solo: «Inesatto», sempre secondo la difesa, «era il riferito accento marchigiano considerando che la donna risiedeva, da anni, in Abruzzo. Inoltre non si è valutato il fatto che i tabulati telefonici dell’utenza dell’imputata la collocavano, al momento del furto, a una trentina di chilometri di distanza». Ma la Cassazione ha respinto i motivi di ricorso: «Irrilevanti, perché del tutto secondari, sono i particolari riferibili al leggero strabismo della donna (peraltro non deducibile dalla foto in atti) e della sua diversa inflessione dialettale (considerando anche che Marche e Abruzzo, come noto, sono regioni limitrofe). Difetta invece di specificità la censura relativa ai tabulati telefonici: la loro mancata allegazione al ricorso non consente di verificarne la fondatezza».