San Francesco, lavori ancora fermi Forte: ristrutturarla è un dovere

5 Gennaio 2022

Intervento dell’arcivescovo di Chieti-Vasto dopo l’appello dei laici dell’Ofs che hanno raccolto 650 firme «Giusto sollecitare il restauro con lavori già finanziati: un luogo che emana bellezza va restituito a tutti»

Ho letto e apprezzato, sulle pagine di ieri di questo giornale dedicate a Chieti, l’articolo che raccoglie l’appello per la riapertura della Chiesa di San Francesco al Corso, chiusa dal terremoto del 2009, uno degli edifici sacri più belli e ricchi d’arte della città. I promotori dell’appello sono laici appartenenti all’Ordine Francescano Secolare, che da tempo con passione e sincero amore a questo luogo di preghiera, per secoli cuore pulsante della fede dei chietini, si battono perché si avviino gli urgenti lavori di restauro, peraltro già finanziati per ben tre milioni dalle competenti istituzioni civili (la Chiesa appartiene al Fondo edifici di culto, organo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno, a livello provinciale amministrato dai prefetti). È proprio questo coinvolgimento “dal basso”, a cui ha mostrato attenzione e sensibilità l’attuale prefetto di Chieti, Armando Forgione, che mi spinge ad aggiungere ancora la mia voce a questa più che giusta e legittima richiesta.
Lo faccio partendo da un assioma, la cui verità mi sembra tale da imporsi da sola: i poveri hanno diritto alla bellezza. Che il bello sia appannaggio di chi ha mezzi per possederlo è perfino scontato, come dimostra il grande patrimonio artistico in mano ai privati nel nostro Paese. Sarebbe però profondamente ingiusto pensare che la fruizione della bellezza possa o debba restare esclusiva dei ricchi. Che la bellezza vada offerta a tutti lo dimostra in modo evidente la cura degli edifici e degli spazi pubblici, oltre che delle chiese, che caratterizza le città e i paesi dell’intera Italia: una bella piazza, un palazzo destinato ad attività pubbliche, un luogo sacro bello e accogliente, sono sempre e per tutti un valore aggiunto, che aiuta a rendere più vivibile la quotidianità, favorendo l’incontro con gli altri e superando proprio quelle forme di isolamento che tanto contribuiscono a deprimere e demotivare la vita di tanti. In particolare, poi, l’attività di restauro, giustamente ordinata sotto l’attenzione e la cura delle Sovrintendenze, mi sembra un contributo prezioso per restituire la fruizione della bellezza a tutti i cittadini, senza esclusione di alcuno.
Aveva espresso questa convinzione Fëdor Dostoevskij in una celebre frase da lui posta sulla bocca del principe Myškin, protagonista del romanzo “L’Idiota”, metafora del Cristo innocente, che soffre per amore del mondo, cui si rivolge il giovane Ippolit, che a vent’anni sta morendo di tisi, ponendogli la grande domanda, che nasce dalla sofferenza di tutti: “Voi avete detto una volta che la bellezza salverà il mondo. Principe, quale bellezza salverà il mondo?”. La risposta di Myškin è analoga a quella data infine dal Cristo a Pilato: il silenzio. Che questo silenzio sia però eloquente, si evince dal fatto che il Figlio dell’Uomo sta lì a subire l’ingiusta condanna per farsi prossimo a ognuno di noi, specie a chi è vittima del male e soprattutto lo è da innocente. Analogamente, l’innocente Myškin dimostra la verità in cui crede vivendo la prossimità caritatevole e silenziosa a chi soffre. La bellezza salva il mondo senza chiasso e imposizioni violente: anche la muta bellezza di uno spazio sacro o di un luogo destinato alla fruizione di tutti. Perciò, preservarne la forma, custodire in maniera adeguata la bellezza raccolta in queste opere dell’ingegno, dell’arte e della fede, è dovere di tutti, al servizio della qualità della vita di tutti.
*Arcivescovo di Chieti-Vasto
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