Sassi per ricordare 108 ebrei imprigionati

Casoli, a Palazzo Tilli una targa con le parole di Mattarella contro discriminazioni e fantasmi del passato
CASOLI. I sassi della memoria, le foto e i documenti degli internati ebrei nel campo di Casoli, la piccola folla che segue il breve cammino della memoria fermandosi ad ascoltare 5 studenti musicisti che intonano le prime note della “Vita è bella”, due ragazzi che leggono le lettere d’amore tra un internato e la sua fidanzata a Trieste che mai più si rivedranno e, infine, la scopertura di una targa in ricordo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in visita in questo luogo il 25 aprile scorso. Tutto questo è durato un’ora, ieri mattina, con due brevi discorsi: il primo del sindaco Massimo Tiberini rivolto ai giovani e il secondo di Antonella Allegrino, proprietaria di Palazzo Tilli da lei fatto restaurare e valorizzare per quella presenza lontana e ancora incombente di 108 ebrei succedutisi nelle cantine nei primi anni ’40 e una decina dei quali inghiottiti da Auschwitz e S. Sabba. Tra i presenti Vito Gironda dell’università di Bielefeld e il suo allievo Giuseppe Lorentini, scopritore e divulgatore del campo di Casoli, il direttore di Rai Radio 3 Marino Sinibaldi, con la giornalista Monica D’Onofrio, che ha scoperto questo pezzo d’Abruzzo tuffandosi nelle piccole tragiche storie intrecciate alle più note storie dei libri di testo, e che lui ha fatto rivivere in serata al cinema-teatro in una lunga e affollata diretta radiofonica. Tutti i presenti hanno preso i sassi sotto le gigantografie della piazzetta deponendoli sulla gradinata della “palazzina della memoria”, poco prima che la Allegrino, il sindaco e Piera Della Morgia dell’Anpi scoprissero la targa all’ingresso delle cantine su cui sono incise le parole di Mattarella: «La Memoria, custodita e tramandata, è un antidoto indispensabile contro i fantasmi del passato». La Allegrino ha commentato con chiari riferimenti alla realtà odierna, rileggendo l’articolo 3 della Costituzione, elogio dell’uguaglianza senza discriminazioni. L’opposto di quei 108 ebrei, e successivi internati slavi, costretti dal regime fascista ad un “ozio coatto”, come lo ha definito Lorentini nella sua tesi di laurea che diventerà un libro. Riscattati, 75 anni dopo, da un “rimbalzo” della ricerca storica ad opera di un giovane studioso, e da un luccicore negli occhi di chi ha vissuto intensamente l’intera vita di questa Repubblica.
Gino Melchiorre

