Sei sorelle definite “spie” internate per due anni

In città Robert, figlio della inglese Joyce, la più piccola del sestetto e oggi 93enne Lo storico Orecchioni: qui c’erano 43 case per ebrei prese in affitto dalla questura
LANCIANO. Quando una persona ricorda, ovvero è presa nel momento in cui sta ripescando immagini e racconti del passato, il suo sguardo si fa fisso e gli occhi si posano in un livello spazio temporale che sta poco più su della sua testa: è quello lo strato della memoria. Robert Andrews, giornalista inglese residente a Londra, per qualche giorno ha materializzato, a Lanciano, i suoi ricordi e quello strato della memoria gli si è mostrato, in poche ore condensate di immagini, dieci, cento, mille volte. Robert è il figlio di Joyce Garbutt, inglese, oggi 93enne, figlia dell’allora console inglese a Messina, ultima di sei sorelle in una famiglia colta e benestante di sette figli. Il suo collegamento con Lanciano sono la Seconda guerra mondiale, il 1941 e alcune case di internamento dell’Italia sotto il regime fascista.
IL VIAGGIO DI ROBERT. Fin da quando era piccolo, Robert ha sentito parlare di Lanciano. Sua madre e le sue zie ne parlavano come di un luogo che ha segnato per sempre le loro vite. Perché è proprio qui, nella città Medaglia d’oro al valor militare, che si sono formate l’adolescenza e la giovinezza di sei ragazze considerate dai tedeschi delle spie e per questo ricercate, emarginate, trattate come oppositrici politiche, confinate in posti lontani e remoti. Questo perché essendo spigliate, colte, belle, di buona famiglia e per di più figlie di un console inglese, per la follia nazifascista si doveva trattare per forza di nemici, di persone da eradicare. Ed è così che la storia di Joyce e delle sue sorelle si è fermata, per almeno due anni, dal ’41 al ’43, a Lanciano. Lo racconta il professore e preside in pensione Gianni Orecchioni nelle sue ricerche storiche. Ed è proprio Orecchioni che, grazie ai suoi studi, ha riallacciato i fili, spulciato documenti, scandagliato foto e archivi fino ad arrivare a Robert e la sua mamma con cui ha avviato un carteggio durato 16 anni. E Robert, in questi giorni, per la prima volta nella sua vita ha conosciuto il luogo dei suoi ricordi.
LE CASE DI INTERNAMENTO. Sono almeno 43 le case di internamento identificate a Lanciano attraverso un puntiglioso lavoro di ricostruzione da parte del professore Orecchioni. Si trattava di case private prese in affitto dalla questura dell’epoca. Oltre a Villa Sorge, vero e proprio campo di concentramento e nota per aver ospitato Maria Ludwika Moldauer, l’autrice, con il nome di Maria Eisenstein, del libro “L’internata numero 6”, c’erano decine di case utilizzate per oppositori politici e del regime, ebrei e prigionieri provenienti da ogni parte d’Europa.
LA CONDIZIONE DEGLI INTERNATI. C’era chi, come Joyce, figlia di una famiglia benestante, aveva potuto contare su un po’ di denaro di famiglia, e chi viveva con le 6 lire al giorno che passava lo Stato. «Inizialmente», racconta Robert, «si credeva che la guerra dovesse durare qualche mese e invece non andò così. Anche chi aveva qualche soldo si ritrovò presto senza nulla». A Joyce, studentessa modello, fu impedito di studiare. Nessuno voleva iscriverla al liceo nonostante fosse inglese e parlasse correttamente l’italiano. Emma, sua sorella più grande, era iscritta nei registri delle persone che dovevano essere deportate ad Auschwitz. A salvarle fu l’avvocato De Giorgio, proprietario del palazzo De Giorgio di via largo Tappia (una delle case in cui le ragazze furono internate) che le nascose e aiutò con ogni mezzo. Agli internati era impedito di parlare con i lancianesi, ma, ricorda sempre Joyce, «c’erano intellettuali, medici e gran parte della popolazione che ci aiutava come poteva».
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