Si schiantò contro un camion, muore dopo 24 anni di coma

La tragedia del teatino Mariano Supino: non si è più svegliato dopo un incidente avvenuto nel 1997 Per quasi un quarto di secolo i genitori lo hanno assistito con amore. Oggi pomeriggio i funerali
CHIETI. La storia di Mariano Supino e dei suoi infermieri speciali, il padre e la madre, è la storia della vita dentro la morte. Ma il cuore di quel ragazzo diventato uomo in un letto, gli occhi sempre chiusi da un maledetto incidente d’auto avvenuto nel 1997, ieri ha scritto la fine: a 52 anni, dei quali 24 trascorsi in coma, si è fermato per sempre. Mariano ha vissuto così a lungo perché, dopo un devastante frontale avvenuto ad Osimo, i genitori – Pietro e Nicolina – si sono presi cura di lui con un amore infinito e una pazienza sovrumana, trasformando anche la casa di famiglia, in via Molino a Chieti, in un luogo adatto alle esigenze di chi, per quasi un quarto di secolo, è rimasto al buio, in «coma apallico», cioè in stato vegetativo. L’ultimo saluto ci sarà oggi, alle 16, nella chiesa di San Pio X.
In questo lungo viaggio ci sono un prima e un dopo: lo spartiacque è il 6 novembre del ’97. Mariano, allora 29 anni, ingegnere aeronautico, grande nuotatore e velista, una passione sfrenata per le immersioni, sta andando al lavoro in macchina. Dopo la laurea presa tre anni prima al Politecnico di Milano, ha avuto una marea di offerte da parte di aziende famose, dalla Fiat alla Ferrari. Ma le ha sempre rifiutate, preferendo la libera attività. Così, insieme a un suo collega di Osimo, in provincia di Ancona, ha iniziato a progettare barche e accessori per la nautica. Quella mattina, mentre sta raggiungendo il laboratorio, a metà strada, avviene l’impatto tremendo contro un autoarticolato. Papà Pietro, dirigente responsabile del personale infermieristico della Asl di Chieti, è al lavoro in ufficio quando riceve la telefonata dei carabinieri che gli raccontano dell’incidente. Pietro, insieme al fratello Vittorio, tra i più noti avvocati d’Abruzzo, alla moglie e all’altro figlio Amedeo, partono alla volta dell’ospedale Torrette di Ancona, dove Mariano è arrivato in eliambulanza. Le notizie si accavallano per ore: è morto, non è morto, forse si opera, forse no. Nella notte, arriva la diagnosi: «Invasione ematica totale cerebrale, con fratture multiple a omeri e avambracci».
Il dopo inizia qui. È un percorso duro, fatto di 40 giorni di Rianimazione, la vita appesa a un filo, la famiglia che può vederlo solo un’ora al giorno dall’altra parte del vetro. Poi c’è il trasferimento a Chieti, mentre la famiglia comincia un viaggio infinito della speranza, che passa per una clinica di Innsbruck. Mariano viene trasferito in Austria con un aereo privato: qui resta nove mesi. I medici riescono a fargli recuperare alcune funzioni vitali. Ma, con il passare dei mesi, lo stato vegetativo diventa acclarato. Mariano torna nella sua casa di Chieti, dove i suoi infaticabili genitori lo accudiscono con una forza senza pari. Quel ragazzo in coma, che amava il mare ed era inseguito dalle grandi aziende, è il centro della famiglia: mamma e papà decidono di non spezzare il filo. Eppure questo dolore che lacera dentro non li allontana dalla beneficenza: Pietro fonda una cooperativa sociale, a disposizione di chi ha bisogno di cure e assistenza. Nel 2015, scrive una lettera al ministro della Sanità e al papà della giovane Eluana Englaro, che lottò con ogni mezzo con l’obiettivo di staccare l’alimentazione forzata e lasciare morire la figlia, anche lei in stato vegetativo dopo un incidente. «Le decisioni», scrive Pietro, «dovrebbe assumerle solo chi vive quotidianamente la tragedia, i familiari dovrebbero evitare di spettacolarizzare certi drammi e chiedere alle istituzioni maggiore impegno, soprattutto a sostegno dei genitori».
Ieri, l’epilogo. Mariano muore a Bolognano, in un centro assistenziale, dove è stato trasferito qualche mese fa perché Pietro, 79 anni e malato, e la moglie, che di anni ne ha tre in più, non riuscivano più a seguirlo a casa. Sul manifesto funebre, la foto da ragazzo: per papà Pietro, per mamma Nicolina, per tutti, Mariano è sempre rimasto così.
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