«Sider Vasto, no alla vendita a pezzi»

I lavoratori contro il progetto di smembramento della fabbrica preferito a una proposta di acquisto del gruppo Rapullino
VASTO. Lo avevano annunciato e ieri lo hanno fatto. Il presidio permanente dei lavoratori della Sider Vasto di Punta Penna ha impedito l'ingresso nella fabbrica ad un camion che avrebbe dovuto prelevare un attrezzatura, lo slitter. Davanti alla fabbrica è stato srotolato uno striscione. «Stop. Salviamo la Sider Vasto». Le maestranze chiedono l'intervento del prefetto. Ieri mattina con la loro presenza davanti alla fabbrica hanno lanciato un altra disperata richiesta di aiuto . I 50 operai della Sider Vasto, a distanza di 40 giorni dalla fine della cassa integrazione guadagni straordinaria (la cig finisce il 12 agosto) temono che il futuro dell'azienda sia a tinte fosche. Dipendenti e sindacati sono pronti ad incatenarsi, non vogliono che la fabbrica possa essere ceduta a pezzetti. Per loro sarebbe il preludio al fallimento. Per questo sono pronti a bloccare ad oltranza l'uscita dallo stabilimento per impedire che venga portato via lo slitter, il macchinario di precisione che taglia le lamiere. Lo slitter è il punto di forza della Sider, un macchinario indispensabile per l'azienda siderurgica. I sindacati accusano la proprietà di volerlo vendere a due milioni di euro, anziché concludere la trattativa con il gruppo Rapullino, che ha presentato un progetto d'acquisto di tutta la fabbrica e (fatto ancora più importante) la riassunzione di tutti i lavoratori. La Sider a febbraio ha ottenuto dal Tribunale di Vasto il concordato preventivo. Il 7 aprile la crisi sembrava essere solo un brutto ricordo. Il 5 giugno sono cominciati i problemi. Lo scorso fine settimana il gruppo Rapullino ha formulato una proposta migliorativa a patto però che dalla fabbrica non escano macchinari. «Non è giusto vanificare lo sforzo di lavoratori e sindacati. Grazie all'intervento della Regione è stato trovato un acquirente che garantisce il lavoro a tutti no», dicono i lavoratori che ieri sono tornati davanti a quella che considerano una loro fabbrica. Insieme ai rappresentanti sindacali hanno ripetuto il loro disappunto per quello che sta avvenendo. Il giudice Bongrazio ha concesso il concordato preventivo a febbraio scorso. Un passaggio importatissimo per la riconversione dello stabilimento. «Un’azienda che nel 2014 si era dichiarata interessata ha risposto subito alle trattative promosse dal vicepresidente dell Regione, Giovanni Lolli. E allora perché smembrare la fabbrica?», chiedono i manifestanti. Lo stabilimento di Punta Penna è stato aperto nel 1975 e produce tubi metallici. I 50 dipendenti sono tutti specializzati. «Il personale è altamente qualificato. Le loro ambizioni sono legittime », insiste il rappresentante provinciale della Cgil. (p.c.)

