«Simone, la morte causata dai pugni»

Giornalista ucciso, depositata in procura la consulenza finale. Il caso è chiuso, la posizione dell’indagato si aggrava
CHIETI. Simone Daita è morto per le conseguenze dei pugni subìti un anno prima. Così conclude Cristian D’Ovidio, il medico legale che, ieri mattina, ha depositato in procura l’integrazione della consulenza chiesta dal pubblico ministero Giuseppe Falasca. Non ci sono, secondo l’esperto, concause. Quindi non esiste concorso nella responsabilità del delitto. Simone è passato dal lungo periodo di coma alla morte senza soluzione di continuità e con peggioramenti non dipesi da colpe mediche.
D’Ovidio è giunto a questa conclusione in pochi giorni, dopo la morte del giornalista teatino di 52 anni. Il medico legale ha potuto visionare tutte le cartelle cliniche dei dodici mesi di ricovero di Daita cominciati nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Pescara, dove venne trasferito dal policlinico di Chieti all’inizio di marzo del 2015, e proseguito nel Centro risvegli dell’ospedale di Popoli, quindi nella clinica Villa Pini d’Abruzzo e infine nuovamente allo Spirito Santo di Pescara.
L’ultimo trasferimento che ha preceduto di pochi giorni la sua morte si rese indispensabile per una grave infezione da piaghe da decubito che colpì il ferito. Ma anche l’infezione, risultata fatale per il corpo del giornalista ridotto ormai ad uno stato vegetativo, spiega il consulente della procura, rientra nella cosiddetta letteratura medica. Cioè non è addebitabile ad errori medici.
Tutto si riassume in un solo modo: l’accusa ipotizzata nei confronti dell’unico indagato, il teatino di 24 anni, Emanuele D’Onofrio, difeso dall’avvocato Roberto Di Loreto, si aggrava. Dall’ipotesi iniziale di lesioni personali aggravate dal danno insanabile all’omicidio preterintenzionale: questo passaggio era già avvenuto. Ma ora c’è anche la perizia che esclude qualunque tipo di concorso che avrebbe lasciato alla difesa di D’Onofrio una sorta porta aperta sul grado di responsabilità del giovane teatino. Calvario e morte di Simone sono dipesi solo dai pugni sferrati la notte del 28 febbraio 2015 in piazza Vico per una sigaretta negata e una parola di troppo. E’ vero che D’Onofrio, messo alle strette dalla Squadra Mobile, che gli perquisì casa poche ore dopo il fatto e lo costrinse a presentarsi in questura, è un reoconfesso, ma finora ha parlato di un solo pugno mentre la consulenza ne ha individuati almeno due.
Ed è anche vero che, secondo il pm, si sarebbe difeso dall’aggressione di Daita. Ma la sua rezione fu assolutamente sproporzionata. Tanto da uccidere.

