«Solo tagli e zero investimenti» 300 posti della Dayco a rischio

24 Marzo 2016

L’allarme dei sindacati: «L’azienda scalina vive alla giornata e si preoccupa solo di ridurre i costi» Per i lavoratori: «Compromesse la competitività dei prodotti e la potenzialità di mercato»

CHIETI. Un’altra grande azienda della Val Pescara rischia una nuova emorragia di posti di lavoro. È la Dayco, 300 dipendenti che producono cinghie di trasmissione in gomma destinate agli autoveicoli delle case più prestigiose. L’azienda, che a Chieti Scalo ha anche la propria sede direzionale, secondo lavoratori e sindacati si avvia verso orizzonti sempre più foschi.

«Il futuro alla Dayco di Chieti Scalo fa sempre più paura», dicono i rappresentanti sindacali Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil. Secondo i lavoratori lo scenario è, purtroppo, chiaro: «L’azienda vive alla giornata e si preoccupa solo di ridurre i costi in modo indiscriminato». Ma il timore più grande di sindacati e lavoratori riguarda il fatto che sarebbero stati ridotti negli anni quegli investimenti indispensabili per garantire un lungo futuro allo stabilimento, ovvero le spese per lo sviluppo di attrezzature, macchinari, prodotti e risorse umane. «Con il perdurare di questa situazione», dicono i dipendenti e i loro rappresentanti, «le conseguenze saranno nefaste: la competitività dei prodotti e la potenzialità di mercato inevitabilmente compromesse e l’azienda risponderà con un ulteriore taglio di costi. Inutile girarci intorno: senza un cambio di passo, il futuro dei lavoratori sarà a rischio».

Quella della Dayco è la storia di un centro di eccellenza italiano, che nel corso degli anni a chi vive la realtà dall’interno appare avviato verso un lento ma inarrestabile declino. «Sono lontani», dicono ancora i rappresentanti di Filctem, Femca e Uiltec, «i tempi della Dayco gestita da management italiani, quando lo stabilimento era diventato un punto di riferimento del settore, capace di contendere il primato a multinazionali del calibro di Gates e Continental e di proporsi come fornitore del più grande produttore automobilistico del mondo (Volksvagen)».

E sono pure lontani i tempi degli accordi sindacali, «che avevano generato un aumento di volumi e di produttività. Oggi, purtroppo, le cose sono radicalmente cambiate. Con l’affermarsi di una leadership del gruppo non più italiana ma nordamericana, si è fatta strada una strategia volta solo al conseguimento di obiettivi economico-finanziari di breve periodo». Proprio il management nordamericano finisce sotto accusa: “La necessità di drenare risorse aumenta perché cresce a dismisura l’organico del quartier generale in Nord America”. E manco a dirlo, le relazioni sindacali nello stabilimento teatino sono pessime: «A questa politica di tagli continui e indiscriminati», concludono i sindacati, «si aggiunge l’ambiguo comportamento dell’azienda che ignora i principi più elementari di informazione e confronto con le rsu e le organizzazioni sindacali, omettendo di fornire, anche non rispettando il contratto nazionale di lavoro, qualunque tipo di riscontro sulle strategie perseguite, sugli investimenti da realizzare, sui programmi produttivi e sui carichi di lavoro. Questa incapacità di misurarsi con i problemi si palesa perfino nella gestione ordinaria, come nel caso della riorganizzazione dei turni di lavoro non contrattuali neglio stabilimenti del gruppo».