Spaccio alla villa e in centro Quattro arresti e 2 indagati

In carcere Pierluigi Bellia, nei guai anche il padre Claudio. Clienti giovanissimi
CHIETI. Spacciavano cocaina, marijuana e hashish a clienti giovanissimi nei luoghi simbolo della città: dalla villa comunale a piazza Matteotti, dalla Trinità a porta Pescara, persino davanti alla statua di Padre Pio e alla chiesa di Mater Domini. In quattro sono stati arrestati all’alba di ieri dai poliziotti della squadra mobile di Chieti, coordinati dal vice questore Miriam D’Anastasio e dal commissario Nicoletta Giuliante, al termine di un’indagine avviata nell’autunno del 2020. A Pierluigi Bellia, teatino di 26 anni, nel frattempo finito in cella per gli stessi reati, è stata notificata l’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal giudice Luca De Ninis su richiesta del sostituto procuratore Giancarlo Ciani. Ai domiciliari, invece, sono finiti un altro teatino, Stefano Del Grosso, 50 anni, il bulgaro Ivanov Teodor Todorov, 40 anni, anche lui residente a Chieti, e l’albanese Roxhen Velja, 37 anni, che vive a Pescara. Ci sono anche altri due indagati: il papà di Pierluigi, Claudio Bellia, 63 anni, sottoposto all’obbligo di dimora (non potrà uscire di casa dalle 22 alle 6 e ogni giorno dovrà presentarsi in questura), e Matteo Iacone, teatino di 22 anni, a piede libero.
L’INCHIESTA
Le indagini della sezione narcotici della Mobile, diretta dall’ispettore Luca Di Risio, sono durate circa quattro mesi e hanno consentito di sequestrare oltre sei chili e mezzo tra hashish e marijuana, più di 120 grammi di cocaina, denaro, bilancini di precisione e materiale per confezionare la droga. Numeri a parte, le investigazioni hanno svelato «un’attività di spaccio seriale e continuativa», riassume il giudice. Pierluigi Bellia e il padre, secondo le carte dell’accusa, «da anni monopolizzano l’illecito mercato di stupefacenti nel capoluogo di provincia teatino».
«POSIZIONE STRATEGICA»
Il 26enne «deteneva, trattava e spacciava» non solo hashish e marijuana, «droghe smerciate ininterrottamente», ma anche sostanze pesanti, come crack e cocaina. E, all’epoca dei fatti contestati, si muoveva «in condizioni estremamente favorevoli», osserva il pubblico ministero. Tra queste, c’era sicuramente la posizione della sua abitazione, che si trovava in via Mater Domini, «caratterizzata da una conformazione molto stretta, a senso unico, ubicata in pieno centro storico e contraddistinta da più viuzze. Questa “area di azione”, da considerarsi assolutamente strategica, ha consentito a Bellia di portare a buon fine innumerevoli cessioni di droga in quei luoghi, sfruttando l’estrema vicinanza del suo domicilio come “magazzino” e le vie di fuga particolarmente appropriate a disposizione del cliente di turno».
I RUOLI
Claudio Bellia, sempre in base alle accuse, si interessava «prettamente del recupero dei crediti e perlopiù di sollecitare e intimidire i debitori insolventi del figlio Pierluigi». Todorov, per i clienti “Teo”, si occupava di rifornire «un grande bacino d’utenza rappresentato da giovanissimi che, per buona parte dalla giornata, lo raggiungevano alla villa comunale»: lì aveva stabilito il «suo quartier generale, il suo habitat preferito dove far convergere decine e decine di ragazzi senza soluzione di continuità».
“IL PRINCIPE”
Del Grosso, non a caso chiamato “il principe”, è invece ritenuto «il più navigato ed esperto dei “soci”, che ha gestito un’ulteriore e considerevole aliquota di clienti, taluni dei quali più esigenti e bisognosi anche di cocaina». Velja aveva rapporti d’affari consolidati con il principale indagato, essendo un suo fornitore. Le intercettazioni telefoniche, per gli investigatori, hanno fatto emergere «una ragguardevole situazione debitoria contratta da Bellia nei confronti del pusher albanese. Tale debito è stato il comune denominatore emerso nelle innumerevoli conversazioni tra le parti, oltremodo quantificabile in migliaia di euro, a fronte di verosimili e reiterate forniture di droga».
L’ULTIMO SEQUESTRO
Dopo aver depositato l’informativa in questura, la Mobile ha presentato un’integrazione dopo l’arresto in flagranza di Bellia avvenuto lo scorso 11 marzo. In quell’occasione il 26enne, che si era nel frattempo trasferito a Chieti Scalo, è stato trovato in possesso di tutti e tre i tipi di droga trattati nell’inchiesta, peraltro con «contenuti di principio attivo altissimi»: l’89,3% per le 370 dosi di cocaina, il 15,5% per le 618 di marijuana e il 38,5% per le 496 di hashish. Per il giudice, questi elementi sono «evidentemente sintomatici del perdurante inserimento a livelli molto alti della catena di distribuzione degli stupefacenti».
LA DIFESA
Gli indagati sono difesi dagli avvocati Italo Colaneri, Alessandro Perrucci, Antonello Remigio e Alessandra Michetti. Già domani potrebbero essere fissati i primi interrogatori: gli arrestati avranno l’opportunità di fornire la propria versione dei fatti.
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