Spedizione sull’Himalaya: l’università è protagonista

La d’Annunzio guida le ricerche sulla risposta del corpo umano ad alta quota Le indagini condotte a 5mila metri, il professor Verratti: «Dati sorprendenti»
CHIETI . Lo stemma dell’università d’Annunzio campeggia sulle montagne più alte del mondo. Sta per concludersi la spedizione scientifica sull’Himalaya guidata dall’ateneo. Mercoledì prossimo il team di studiosi rientrerà a Roma, riportando una serie di dati scientifici sulle performance del corpo umano ad alta quota. L’ateneo guidato dal rettore Sergio Caputi ha preso parte, infatti, al progetto internazionale “Lobuje Peak-Pyramid: Exploration & Physiology 2022”, con la guida scientifica di Vittore Verratti, docente di Metodi e didattiche delle attività sportive all’università d’Annunzio.
Il gruppo di volontari e ricercatori che compongono la spedizione è arrivato alla base dell’Everest dove si trova la Piramide di Desio, l’osservatorio internazionale a 5.000 metri di quota, dove sono state condotte indagini scientifiche con lo scopo di studiare gli adattamenti all’esercizio in ipossia ipobarica, uno degli ambienti estremi che ancora oggi rappresenta una sfida per l’uomo. Lo stemma della d’Annunzio è stato affisso alla parete del laboratorio più alto del mondo, a testimonianza non solo della presenza dei suoi ricercatori provenienti da ben cinque dipartimenti (Disputer, Dnisc, Dismob, Dtimo, Dmsi) ma anche del ruolo di capofila che l’università abruzzese ha in questo importante progetto internazionale. «Da una prima analisi sul campo», dice Verratti, «i dati che stiamo raccogliendo sugli adattamenti umani all’ipossia ipobarica superano le nostre iniziali aspettative. Abbiamo dati cardiorespiratori, neuropsicologici, percettivi che indicano una risposta adattativa peculiare e aprono nuovi orizzonti scientifici nella fisiologia dell’esercizio e degli adattamenti agli ambienti straordinari con importanti prospettive nelle differenze di genere». La spedizione è partita il 22 ottobre: nel team non solo docenti e ricercatori ma anche partecipanti arrivati appositamente per essere monitorati nelle loro risposte ad alta quota. «Ma in fondo noi stessi abbiamo fatto da “cavia” per il progetto», dice Michele D’Attilio, un altro docente della spedizione, «ci siamo trovati di fronte a cambiamenti inaspettati della funzionalità del nostro corpo. Inoltre passeggiare tra i giganti della montagna è stata una grande emozione. Qualcosa che ti fa ricalibrare il valore dato alle cose e il nostro intero stile di vita».
Al progetto partecipano anche la Fisiopatologia respiratoria della Asl di Pescara, il policlinico teatino, le università di L’Aquila, Siena, Bari, Cagliari, Milano, Perugia, Pisa, Politecnica delle Marche ed Eurac di Bolzano, insieme a 7 centri di ricerca. Tra essi il più attivo in questa prima fase è l’Omkaar Polyclinic Medical Diagnostic and Therapeutic Center (Nepal). Nei suoi laboratori, infatti, sono stati effettuati gli esperimenti prima della salita, dopo l’arrivo a Katmandu il 22 ottobre scorso, e lì saranno ripetuti gli esperimenti post-scalata fra un paio di giorni. Fondamentali sono il Mountain medical institute di Namche Bazar, l’Accademia delle Scienze del Nepal e la Charles University di Praga.
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