Studenti e migranti scoprono la lapide per i diritti umani
GUARDIAGRELE. Una lapide per celebrare i 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani. È stata scoperta ieri in piazza Santa Maria Maggiore alla presenza di rappresentanti delle forze...
GUARDIAGRELE. Una lapide per celebrare i 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani. È stata scoperta ieri in piazza Santa Maria Maggiore alla presenza di rappresentanti delle forze dell’ordine, studenti e insegnanti e migranti del locale centro di accoglienza. La manifestazione è stata aperta dall’assessore comunale alle politiche sociali Inka Zulli che ha ricordato i valori della solidarietà e dell’accoglienza. Il sindaco Simone Dal Pozzo ha invitato, poi, un alunno di ogni scuola e un migrante a scoprire la lapide con lui. Successivamente, dopo l’Inno di Mameli e l’Inno alla Gioia, Dal Pozzo ha spiegato le parole riportate sulla lapide: «Nella targa», ha sottolineato Dal Pozzo, «parliamo del male, dell’indifferenza e della conoscenza. In merito, la storia ci insegna che il male è il frutto delle nostre decisioni e delle nostre azioni. Questo ci viene detto anche nel Vangelo che ci ricorda che, per il credente, la salvezza eterna è un premio che è la diretta conseguenza delle scelte. Il male che nasce dall’uomo», ha aggiunto Dal Pozzo, «è però anche il frutto dell’indifferenza che si può combattere solo con il valore della conoscenza che rappresenta l’unico antidoto contro la paura».
Il primo cittadino ha poi ricordato la ricorrenza dell’80° anniversario dell’emanazione delle leggi razziali sottolineando che Guardiagrele, nella sua storia, si è dimostrata sempre generosa nei confronti degli ebrei fino al riconoscimento del 1996 con due cittadini, gli scomparsi Emilio e Milietta Iezzi, nominati Giusti tra le Nazioni. «Queste persone», ha ricordato Dal Pozzo, «rischiarono la propria vita per salvare quella degli altri mettendo in atto un comportamento che oggi onora e riempie di orgoglio la nostra cittadina». Dal Pozzo ha ricordato anche i diritti dei carcerati parlando di «trattamento inumano e degradante riservato ai detenuti. È necessario fare qualcosa». (g.i.)

