Tangenti in Comune, ex impiegato condannato a pagare dopo 12 anni

Mazzette per aprire bar e negozi: nuovi guai per un dipendente andato nel frattempo in pensione Adesso dovrà risarcire l’ente con 15mila euro. I giudici: «Reato odioso, grave danno di immagine»
CHIETI. La condanna della Corte dei conti è arrivata 12 anni dopo le tangenti. Un ex impiegato del Comune di Chieti, Luciano Cerritelli, ora settantenne, dovrà risarcire l’ente con 15mila euro per lo scandalo scoppiato nel 2008 all’interno dell’Ufficio commercio e attività produttive. Una storia di mazzette e autorizzazioni per aprire bar, negozi e ristoranti venuta a galla dopo le indagini dei poliziotti della squadra mobile. L’allora dipendente pubblico, stando a una sentenza diventata definitiva, indusse (in concorso con un’altra impiegata) «varie persone a consegnare somme di denaro a fronte del rilascio di licenze commerciali, prospettando difficoltà e rallentamenti nello svolgimento dell’iter burocratico in caso di mancato pagamento». La vicenda penale si è chiusa nel 2015, quando la Corte d’appello di Perugia gli ha inflitto – con il rito abbreviato – 2 anni e 6 mesi di reclusione dopo che la Cassazione aveva riqualificato il reato di concussione in «induzione indebita a dare o promettere utilità».
Ed ora ecco la sentenza della Corte dei conti dell’Aquila. «Viene senz’altro a configurarsi il presupposto legale per l’esercizio dell’azione di risarcimento del danno all’immagine», scrivono il presidente Mario Nispi Landi, il giudice Federico Pepe e il giudice relatore Gerardo de Marco. «Nessuna prescrizione può essere decorsa, essendo stata notificata la citazione entro il quinquennio dalla conclusione del procedimento penale. La vicenda in giudizio (comunque ampiamente ripresa anche sui mezzi di informazione) ha causato un sicuro discredito per il Comune, stante anche la natura particolarmente odiosa del reato commesso, reiterato lungo un ampio intervallo temporale e commesso spregiudicatamente in concorso con un’altra collega, facendo desumere l’esistenza di una prassi illecita radicata nella gestione delle pratiche pubbliche». È stata dunque accolta la tesi del vice procuratore generale Roberto Leoni, secondo cui «non è dubitabile che l’immagine della pubblica amministrazione, che dovrebbe essere modello di osservanza delle leggi e di rigore e trasparenza nell’espletamento dei servizi, abbia ricevuto un grave vulnus dalla pubblicizzazione delle manifestazioni della condotta criminosa di Cerritelli, per la quale il Comune di Chieti è apparso come un ente condizionato – nell’offerta dei servizi ai cittadini – da forme di malaffare e da opacità nella gestione di ordinari procedimenti amministrativi, con notevole perdita di credibilità».
Sono state invece respinte su tutta la linea le osservazioni di Cerritelli, secondo cui la citazione sarebbe nulla «in quanto prescritta e generica». La vicenda si colloca anteriormente all’entrata in vigore della legge del 2012 per la quale «l’entità del danno all’immagine derivante da giudicato penale di condanna si presume pari al doppio della somma di denaro illecitamente percepita». La norma non può essere dunque applicata perché i fatti sono avvenuti tra il 2005 e il 2008. Fatto sta che, secondo i giudici, «la somma di condanna richiesta dalla procura di 15mila euro, che non arriva a raggiungere neppure la metà del totale delle dazioni illecite, appare sicuramente congrua e, forse, fin troppo benevola». Fin qui le motivazioni.
Arriviamo così a giovedì scorso, quando la giunta comunale – ricevuta la sentenza – ha approvato la delibera per recuperare i 15mila euro «oltre rivalutazione e interessi legali»: è stata nominata responsabile del procedimento la segretaria comunale Celestina Labbadia. Cerritelli potrà presentare ricorso.
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