Targa ai daspati, ora il Coni chiama in causa il Comune: «Sapeva del premio agli ultrà»

Il delegato che ha dato il riconoscimento nelle mani dei tifosi banditi dallo stadio: «Conferenza stampa in municipio, nessuno ha detto niente. Io in buona fede»
CHIETI. Quando la toppa è peggio del buco è un proverbio forse abusato, ma a Chieti, nelle ultime ore, sembra essere diventato il motto non ufficiale del Coni. La vicenda che si è consumata durante la festa dello sport provinciale racconta molto di come le istituzioni, talvolta, riescano a infilarsi in vicoli ciechi con una disinvoltura che lascia ammirati. La storia, in sintesi, è questa: il Coni ha consegnato un premio speciale, una targa che celebra i valori dello sport, nelle mani di quattro persone. Non quattro sportivi qualsiasi, ma quattro ultrà che il questore considera violenti e ai quali, per questo motivo, è stato vietato l’ingresso allo stadio per periodi che vanno dai due ai nove anni.
Di fronte a un simile cortocircuito, ci si aspetterebbe un imbarazzato silenzio o rapide scuse. Invece, la reazione del Coni locale si è articolata in tre fasi distinte: prima la consegna del premio, poi la difesa basata sull’ignoranza dell’identità dei premiati e, infine, una vigorosa arringa difensiva nei confronti della tifoseria stessa, condita dall’elenco delle sue opere di bene. Il risultato è un caos istituzionale in cui il delegato provinciale, Massimiliano Milozzi, prova a spiegare l’inspiegabile. Prima accetta di rispondere alle domande, poi precisa che no, quelle non sono «dichiarazioni ufficiali» perché per quelle bisogna rivolgersi al presidente regionale Antonello Passacantando, definito «il riferimento».
Ma le parole di Milozzi restano, e sono significative per capire la logica con cui è stata gestita la cerimonia. La sua linea difensiva è quella della buona fede assoluta, che però si scontra con la logistica elementare di un evento pubblico. «Il premio è stato dato alla Curva Volpi, non è che io posso sapere chi lo viene a ritirare», spiega Milozzi. Il ragionamento fila, se non fosse per il dettaglio che il riconoscimento non era destinato a un’anonima associazione benefica, ma a un gruppo organizzato i cui esponenti di spicco hanno collezionato denunce e provvedimenti restrittivi. Quando gli viene fatto notare che non si stava premiando esattamente un gruppo scout o un convento di suore carmelitane, la replica del delegato diventa quasi candida: «Io ho fatto tutto in buona fede. Nelle prossime feste non daremo più premi speciali ad hoc, ma solo alle federazioni, così si evitano queste cose».
La strategia sembra essere quella di separare l’entità astratta “curva” dalle persone fisiche che la compongono. Milozzi insiste sul fatto che non spetta a lui fare controlli: «Non è che io devo sapere chi ho di fronte». E aggiunge un dettaglio sulla procedura di invito: «Io ho chiamato la Curva Volpi, la Curva Volpi decide chi mandare, io poi non so chi sono i nominativi. Non è che vado a vedere la fedina a tutti quelli che vengono». Una posizione che si fa ancora più netta quando si parla delle azioni commesse da chi ha ritirato la targa: «Ma io che c’entro? Mica c’ho a che fare, non è che io li frequento». È un’autoassoluzione notevole per il rappresentante di un ente pubblico vigilato dalla presidenza del consiglio dei ministri, un ente che dovrebbe essere il custode dei valori più puri della competizione e della lealtà sportiva. Eppure, secondo questa logica, consegnare una targa ufficiale senza sapere a chi la si sta dando è un incidente di percorso, non una mancanza di controllo.
Per non lasciare nulla al caso, Milozzi chiama in causa anche il Comune di Chieti. L’amministrazione ha partecipato all’organizzazione dell’evento e alla conferenza stampa di presentazione. Secondo il delegato, in municipio sapevano perfettamente che un riconoscimento sarebbe andato alla Curva Volpi, «e pare che nessuno ha detto niente». Una condivisione delle responsabilità che, nelle intenzioni, dovrebbe alleggerire la posizione del Coni.
A questo punto della storia entra in scena Antonello Passacantando, il presidente regionale del Coni, con una nota stampa diffusa all’ora di pranzo. Se la linea di Milozzi era pragmatica, quella di Passacantando è valoriale. Il motivo del premio, indicato sui comunicati e sulla targa stessa, era «l’attaccamento alla città e ai colori neroverdi». Ma, dopo le polemiche, la narrazione si arricchisce di sfumature. Passacantando spiega che il riconoscimento aveva «un valore esclusivamente simbolico e umano», assegnato anche nel ricordo di un giovane morto in un incidente, come segno di vicinanza alla famiglia e alla comunità.
Pure il presidente regionale tiene a precisare la distinzione tra il gruppo e i singoli: «La targa destinata alla Curva Volpi della Chieti calcio, inoltre, è stata attribuita alla tifoseria nel suo insieme, e non ai singoli componenti, per l’attaccamento alla società sportiva e per l’impegno sociale e solidale più volte dimostrato nel tempo». Ribadisce che i rappresentanti sono stati invitati in quanto tali e che «non vi era alcuna conoscenza preventiva sull’identità di chi avrebbe materialmente ritirato il riconoscimento». Tutto, assicura, si è svolto «in assoluta buona fede, con l’unico intento di valorizzare un gesto di inclusione e memoria».
Ciò che colpisce maggiormente nella nota di Passacantando, però, è il passaggio in cui si duole del fatto che la notizia sia stata scritta. Non sembra preoccupato tanto dell’opportunità di premiare dei destinatari di Daspo, quanto del fatto che qualcuno lo abbia raccontato. «Dispiace constatare», osserva, «come una cerimonia sportiva, nata con finalità positive, sia stata trasformata in una narrazione che rischia di generare confusione e stigma». Il problema, dunque, sarebbe il «titolo generalizzante» e la foto di gruppo che esporrebbero persone estranee ai fatti o ridurrebbero altre a «una semplice etichetta, senza alcun approfondimento umano o sociale».
Per il vertice regionale del Coni, insomma, riferire che l’istituzione ha premiato persone accusate di disordini così gravi da meritare l’allontanamento dagli stadi di tutta Europa per nove anni equivale a generare stigma. Il Coni Abruzzo «ribadisce il proprio impegno a favore dei valori educativi, sociali e inclusivi dello sport» e auspica che il dibattito pubblico recuperi «misura, equilibrio e responsabilità, nel rispetto delle persone e della verità dei fatti». Resta però difficile, per chi osserva da fuori, conciliare i concetti generali di educazione e inclusione con i singoli profili di chi è accusato di aver minacciato un ragazzino di sedici anni a volto coperto per rapinargli la sciarpa del Pescara sulla pubblica via. Ma la difesa di Passacantando non si ferma e diventa quasi un elogio della tifoseria organizzata, con un rimprovero ai giornali per non aver dato abbastanza spazio al loro lato benefico: «Va ricordato che le stesse realtà oggi raccontate in modo parziale sono protagoniste, da anni, di iniziative solidali concrete: visite ai bambini in ospedale, raccolte di beni per i più bisognosi, gesti silenziosi che raramente trovano spazio sulle cronache». Questa è la visione del Coni.
Esiste però un’altra visione, quella della magistratura, che tende a essere meno poetica e più analitica. Solo pochi giorni fa, il tribunale di Chieti ha descritto la stessa tifoseria con parole molto diverse. Nelle motivazioni della sentenza che ha condannato a un anno di reclusione il capo ultrà Francesco Salvatore per violenza privata, il quadro che emerge non è esattamente quello di un circolo caritatevole. La vittima in quel caso era l’ex presidente Filippo Di Giovanni, minacciato a più riprese affinché lasciasse la società. Si tratta di fatti di pubblico dominio, non di segreti inaccessibili.
Il giudice Luca De Ninis, nel descrivere il leader della curva, lo stesso a cui il Coni ha consegnato la targa lodandone il cuore solidale, parla di una «personalità adusa alla violenza». Scrive di una condotta «particolarmente odiosa» e ostile, a cui si associa una «capacità criminale e intimidatoria di sicuro rilievo». Il profilo personale tracciato dal magistrato è definito «certamente idoneo a incutere timore e a recare un significativo turbamento». Ecco il contrasto che emerge con forza, senza bisogno di aggettivi aggiuntivi: da una parte l’istituzione sportiva che parla di inclusione, valori umani e visite in ospedale; dall’altra un giudice della Repubblica che scrive di pericolosità sociale e capacità criminale. Nel mezzo, una targa consegnata tra sorrisi e strette di mano. La domanda che resta sospesa alla fine di questa storia, e che forse meriterebbe una risposta più articolata della semplice “buona fede”, è la seguente: se Passacantando avesse saputo che a ritirare il premio sarebbero saliti personaggi con un simile curriculum, se avesse letto quelle motivazioni giudiziarie, glielo avrebbe fatto consegnare lo stesso?

