Uccisa dal figlio con 30 coltellate: la verità sul delitto dai test del Ris

L’assassino dice di essersi difeso con la stessa arma con cui la madre lo ha colpito, decisivi gli esami: l’eventuale sovrapposizione di sangue sulla lama potrebbe svelare chi ha accoltellato per primo
CHIETI. La partita sul delitto di Paola De Vincentiis, uccisa in casa dal figlio con oltre trenta coltellate esattamente tre mesi fa, si gioca anche sui tavoli della scienza. Lui, Cristiano De Vincentiis, 50 anni, originario di Pescara, sostiene di essersi difeso da un’aggressione che avrebbe visto protagonista la madre 69enne, nativa di Lanciano; il sospetto degli investigatori, invece, è che l’assassino abbia architettato una messinscena, ferendosi da solo, per giustificare la ferocia che lo ha portato a massacrare la donna con una raffica di fendenti alla schiena, al collo e alla nuca. A questo punto, per fare chiarezza sull’omicidio di Bucchianico, diventano decisive le analisi disposte dal sostituto procuratore dalla Repubblica di Chieti Giancarlo Ciani: inizieranno domattina nei laboratori romani del Ris, il Reparto investigazioni scientifiche dei carabinieri.
GLI ESAMI
Si tratta di accertamenti tecnici biologici e dattiloscopici sul materiale sequestrato dai militari della sezione operativa della compagnia di Chieti nel corso del sopralluogo del 19 ottobre scorso, ovvero il giorno del delitto, e in quello dell’8 novembre, quando gli specialisti del Ris sono arrivati nell’abitazione di due piani in via Cappellina San Camillo, un vicolo che sbuca nella piazza principale del paese. L’indagato, rinchiuso nel carcere di Teramo, assistito dall’avvocato Gian Luca Totani, potrà nominare un consulente di parte. La mattanza è stata scatenata da una sorta di legittima difesa oppure l’indagato ha ammazzato la madre nel corso di una lite, probabilmente scoppiata per ragioni economiche? La risposta a questa domanda potrebbe segnare il confine tra una condanna all’ergastolo e una pena di minore entità.
IL SANGUE SULLA LAMA
Determinanti potrebbero essere i risultati degli esami del Ris, in primis sull’arma del delitto: l’eventuale sovrapposizione di sangue sulla lama lunga venti centimetri svelerà chi ha accoltellato per primo. Particolare rilievo assumeranno anche le tracce ematiche, repertate nell’appartamento, che adesso saranno scandagliate in laboratorio. Verrà analizzato anche uno schiaccianoci trovato sulla scena del crimine.
LE VERSIONI
«Io stavo dormendo profondamente», ha detto l’assassino durante l’interrogatorio. «A un certo punto ho sentito un dolore fortissimo al petto, mia madre mi aveva tirato una coltellata. Io sono rimasto sotto choc. Ho sofferto come un animale. Lei era un mostro, una pazza furiosa. Mi diceva: “Ti uccido sennò mi uccidi tu”. Ho sentito anche un colpo alla testa, con un oggetto contundente di ferro, che poi però non ho più visto. Mi ha levato il coltello dal petto e mi ha tirato un altro colpo sulla coscia, vicino al sedere. La lama era conficcata e ho faticato a toglierla. A quel punto l’ho colpita io, ma per difesa». Ma le ferite riportate dall’assassino, in base alle prime valutazioni richiamate anche dal giudice Luca De Ninis nell’ordinanza di custodia cautelare, risultano incompatibili con la dinamica della violenta aggressione da lui descritta. Si tratta, infatti, di tagli non profondi: è impossibile che siano stati provocati da una persona determinata a uccidere o che, come ha sostenuto in aula l’arrestato, ha conficcato una lama di venti centimetri nella gamba del figlio al punto tale da renderne difficile l’estrazione. Ecco perché ha preso quota l’ipotesi della messinscena.

