Uccise il fratello: l’omicida va in appello

16 Febbraio 2021

Delitto Tatangelo: udienza di secondo grado all’Aquila sulla lite nel bar sfociata nella morte 7 mesi dopo

CASTIGLIONE MESSER MARINO. Da 6 anni urla la propria disperazione e assicura di non voler uccidere il fratello. Domenico Tatangelo, 62 anni, di Castiglione Messer Marino, giovedì cercherà di convincere i giudici della Corte d'appello dell'Aquila. Il sessantaduenne in primo grado, due anni fa, venne riconosciuto colpevole di omicidio preterintenzionale pluriaggravato e condannato a 10 anni e sei mesi di reclusione, interdizione dai pubblici uffici, tre anni di libertà vigilata e risarcimento danni alla cognata e ai due figli del fratello. Il fratello Mario morì a settembre 2015, sette mesi dopo il ricovero all'ospedale di Pescara. Secondo i giudici della Corte d'assise furono i pugni sferrati da Domenico durante una lite a provocare la caduta di Mario, il trauma cranico e poi la morte del fratello. Domenico assicura che non voleva uccidere Mario al quale era molto legato. La tragedia avvenne il 22 febbraio 2015. Era domenica. Domenico con Mario entrò nel locale Up and down, a Castiglione Messer Marino. I due fratelli iniziarono a bere alcolici. All'improvviso scoppiò una discussione. Il diverbio degenerò in spintoni. Stando alla ricostruzione dei fatti del sostituto procuratore Michele Pecoraro, Domenico avrebbe colpito il fratello con due violenti pugni al volto che gli fecero perdere l'equilibrio. Mario cadde a terra, battè la testa e perse i sensi. I soccorritori lo trasferirono a Pescara con la calotta cranica rotta. Il ricovero in terapia intensiva non riuscì a salvargli la vita e dopo sette mesi, il 30 settembre 2015, Mario morì. In primo grado il pm Pecoraro ha insistito sul nesso di causalità tra i pugni, la caduta, il coma e, infine, la morte di Mario. Oltre alle testimonianze, fondamentali furono i risultati della perizia del medico legale Pietro Falco. A giudizio dell'anatomopatologo fu la caduta a provocare lo sfondamento della calotta cranica e una violenta emorragia cerebrale. La Corte d'assise accolse la richiesta dell’accusa aggiungendo l’aggravante dei futili motivi. «Domenico quella mattina reagì a uno schiaffo che gli era stato dato dal fratello», insiste il difensore di Domenico Tatangelo, l’avvocato Antonello Cerella. Il legale chiederà alla Corte d'appello l’assoluzione del suo cliente. «Può essere configurato l'eccesso di legittima difesa», insiste il penalista, «fu Mario a colpire per primo il fratello e quest’ultimo reagì sferrando due pugni. Le fratture al cranio sono compatibili con la caduta e non con i pugni». (p.c.)
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