Uccise in casa il fratello 18enne: condannato a 5 anni e 4 mesi

Un rullo da pittore l’arma del delitto, il giudice esclude i futili motivi e concede le attenuanti generiche Il pm aveva chiesto una pena più pesante: colpo inferto con grande forza. L’avvocato: fu legittima difesa
CHIETI. Il dolore è nello sguardo di mamma Gina Primavera, che resta accanto al figlio Giuseppe Giansalvo anche nel giorno in cui il giudice Maurizio Sacco lo condanna a 5 anni e 4 mesi di reclusione per l’omicidio preterintenzionale del fratello Matteo, appena maggiorenne, colpito alla testa con un rullo da pittore. Il dolore è nello sguardo di questa madre che, in un pomeriggio di gennaio dello scorso anno, nella sua casa al civico 17 di contrada Elcine, a Miglianico, è stata sconvolta da quella che – per un genitore – è la più spaventosa delle tragedie: la morte di un figlio per mano di un altro figlio. Il primo step della vicenda giudiziaria si chiude con una condanna che, in linea teorica, al netto del periodo già trascorso in misura cautelare (agli arresti domiciliari), potrebbe consentire all’imputato, oggi 23enne, di evitare il carcere con una pena alternativa, come l’affidamento in prova ai servizi sociali.
IL PROCESSO
L’udienza si celebra in un’aula Matteotti vuota, perché la scelta del rito abbreviato prevede anche il processo a porte chiuse, oltre allo sconto di un terzo della pena in caso di riconosciuta colpevolezza. Il sostituto procuratore Giancarlo Ciani chiude la requisitoria sollecitando una condanna a 8 anni. Il pm, che fin dall’inizio ha contestato all’imputato l’omicidio volontario, chiedendo la riqualificazione anche dopo la decisione presa dal giudice di derubricare il reato in un delitto preterintenzionale, non crede alla versione fornita da Giuseppe Giansalvo.
LA VERSIONE DELL’IMPUTATO
Il 23enne, come raccontano le carte dell’inchiesta condotta dai carabinieri della compagnia di Ortona, ha sempre sostenuto di «non essersi accorto che il rullo per pittura, nel corso della colluttazione, avesse perduto l’estremità di spugna, così rimanendo da lui impugnato solo il manico con sostegno metallico ricurvo e dall’estremità di ridotte dimensioni». Giuseppe aveva negato al fratello lo strumento, «con il quale Matteo aveva già iniziato a tinteggiare la propria stanza e che lui stesso gli aveva fornito a metà mattina, perché Matteo aveva preteso con arroganza le sigarette dalla madre, costretta a cedergli l’intero pacchetto, e tale circostanza lo aveva indotto a esercitare una sorta di autorità familiare». Nel dettaglio, dunque, il 23enne ha precisato di «aver ripreso il rullo dopo l’alterco tra Matteo e la madre e di aver negato a Matteo la sua restituzione per impedirgli di continuare il lavoro, come una sorta di punizione domestica». L’imputato ha riferito di aver «subìto l’ingresso di Matteo nella sua camera da letto, entrato per riprendere il rullo, che lo ha irriso dicendogli di non fare il bambino». Giuseppe ha aggiunto «di essersi opposto e di aver trattenuto il rullo finché aveva sbracciato con il braccio destro che impugnava il manico del rullo, che Matteo contendeva reggendo l’altra estremità in spugna, e così inferto il colpo risultato fatale, senza accorgersi che la parte in spugna si era staccata». A domanda, nel giorno dell’interrogatorio, l’imputato ha precisato che non era assolutamente sua intenzione uccidere il fratello e che «il colpo è stato inferto con il braccio destro, mentre con il sinistro si proteggeva dal pugno che Matteo stava sferrando con il proprio braccio destro, andato a vuoto».
LA REQUISITORIA DEL PM
Un racconto che, sostiene il pm, «si scontra con dati oggettivi». Ciani richiama anzitutto la consulenza affidata al medico legale Cristian D’Ovidio secondo la quale «il colpo fu condotto con molta forza», al punto tale che il rullo da pittura trapassò la teca cranica. Il pm sottolinea che nessuna delle persone presenti in casa «ha sentito gridare i due fratelli, né ha avvertito che fra loro fosse in corso un litigio. La stessa Gina Primavera riferisce che, a un certo punto, Giuseppe la chiamò dicendo: “Mamma, mamma, Matteo non è morto”. Gina Primavera non dice di aver sentito rumori né grida». Per l’accusa, dunque, «non possiamo parlare neppure di una situazione di legittima difesa» anche perché, in questo senso, come affermano consolidate sentenze della Cassazione, «le dichiarazioni dell’imputato da sole non possono costituire una prova». Tirando le somme, in base alla ricostruzione del pm, Giuseppe si trovò davanti a Matteo e lo colpì con considerevole violenza. E l’episodio non può essere collegato alla vicenda delle sigarette.
LA DIFESA
Per l’avvocato Marco Femminella, invece, la decisione di Giuseppe di negare il rullo è stata presa proprio per «difendere la madre dall’aggressione da parte di Matteo». E lo stesso imputato, sostiene sempre il legale, si è difeso dal fratello che «voleva prendere il rullo con violenza». L’avvocato ha prodotto una consulenza, redatta dall’ingegnere Pierluigi D’Angelo, da cui emerge che la forza impiegata da Giuseppe per sferrare il colpo non andò oltre il 50% di quella che avrebbe potuto esprimere.
LA SENTENZA
La decisione arriva dopo tre quarti d’ora di camera di consiglio. Il giudice Sacco esclude l’aggravante dei futili motivi e concede all’imputato le attenuanti generiche. Dopo la lettura delle motivazioni, che saranno depositate entro 90 giorni, procura e difesa decideranno se presentare ricorso in appello.
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