«Un boato, sembrava il terremoto»

Il racconto del testimone: «Ho visto l’auto passare, i fili della luce tremavano»
RIPA TEATINA. Un cornetto rosso portafortuna, i dischi delle sue canzoni preferite e i portachiavi delle associazioni sportive. Nel piazzale dell’azienda di infissi di alluminio Marchionne restano sparsi gli oggetti che raccontano la vita di Marco Taraborrelli, l’ex portiere di calcio morto nello schianto lungo la Val di Foro. Una tragedia che ha scosso i residenti: «Abbiamo sentito un boato, sembrava un terremoto», raccontano poche ore dopo la tragedia.
Sul luogo dell’incidente arrivano decine di persone: alcune di loro, buttate giù dal letto, non hanno chiuso occhio durante tutta la notte. Il telefonino di Manuel Di Crescenzo, 18 anni, segnava le 3.57 quando è partita la chiamata ai soccorsi e lui si è precipitato sul punto esatto. «Ero fuori casa a quell’ora», racconta Di Crescenzo, che abita al civico 30 di via Monte Marcone, «ero tornato da poco e mi ero fermato davanti alla porta per trovare le chiavi. A un tratto ho sentito una macchina che passava a velocità sostenuta: ha sbattuto prima sul guardrail, poi ho visto i fili della luce tremare. Lì ho capito che c’era scappato il morto». Manuel è stato il primo ad arrivare davanti alla Toyota capovolta. «È stato istintivo», continua il giovane, «ho chiamato subito il 118, non mi sono avvicinato molto al corpo perché era immobile: avevo capito che era morto. C’era sangue ovunque, è stato terribile».
Quel boato, si diceva, ha svegliato molti dei residenti. «Ho visto in aria una nuvola di polvere», ricorda Nicola Toppa, che abita proprio davanti al piazzale dell’azienda di infissi, «ero già sveglio perché mi stavo preparando per andare a pesca. Sono uscito immediatamente e per strada non ho visto nulla. Poi, ho alzato lo sguardo e ho notato la macchina ribaltata».
È saltato giù dal letto anche Vittorio Marchionne, che vive di fronte alla ditta di infissi che porta il suo cognome. «Sembrava che fosse esplosa una bomba a mano», racconta il titolare, «dai rumori, all’inizio, pensavo che un ladro mi stesse forzando le ringhiere di casa. Poi mi sono affacciato con mia moglie e abbiamo capito tutto. Siamo ancora sconvolti».
Nel piazzale c’è ancora la ringhiera in ferro schiacciata dall’auto di Taraborrelli. L’impatto è stato violentissimo: la macchina è distrutta, ci sono vetri rotti, la ringhiera è balzata nell’azienda. Un pezzo di recinzione è finito persino nel giardino della casa confinante e ha troncato di netto una pianta; la gomma di scorta dell’auto, invece, è arrivata davanti al cancello del vicino. «Mi è sembrato un terremoto», conferma Maria Murro che abita nell’abitazione accanto, «il cane continuava ad abbaiare, poi ho visto le torce dei carabinieri che puntavano verso il mio cancello». Alle 3.54 il boato ha svegliato anche Barbara Innamorati, che abita nello stesso stabile di Murro. «Il giardino era pieno di pezzi di carrozzeria», racconta, «sono ancora molto scossa».
Nel piazzale dell’azienda sono ancora a terra gli interni della macchina e gli oggetti personali che raccontano la vita di Taraborrelli, volto noto in tutto l’Abruzzo per il suo passato sui campi di calcio. C’è il disco “Napule è” di Pino Daniele, le chiazze di olio e carburante dell’auto, il telecomando di un cancello elettrico. Probabilmente è quello di casa di Taraborrelli, distante pochi metri dal punto in cui l’ex portiere ha trovato la morte. (e.g.)
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