Un lungo applauso per Enrico

Al Tricalle l’addio al giovane cuoco Rabottini. Gli amici venuti anche da Roma: era bello come il sole
CHIETI. La bara bianca coperta da una cascata di fiori ugualmente bianchi è stata accolta da un grosso applauso. Un modo, prima degli abbracci e delle condoglianze, per far sentire quanto più possibile la condivisione di un dolore per una morte sentita come assurda e inconcepibile. Si sono svolti ieri pomeriggio i funerali di Enrico Rabottini, trentenne teatino stroncato in due mesi da una terribile malattia, da dieci anni cameriere prima e poi cuoco a Roma, ma sempre con Chieti nel cuore. Ad attendere la bara bianca c’era tantissima gente, nonostante il gran caldo scoppiato nel pomeriggio. C’era anche un mini picchetto della polizia di stato, che ha voluto essere presente in ragione della parentela con la famiglia del giovane. C’erano poi gli amici arrivati da Roma, quelli con cui si ritrovava la sera in uno dei primi ristoranti doveva aveva lavorato, “Ponte e Parione” in piazza Navona. «Ci siamo conosciuti lì», dice l’amica Mara nel suo accento romano, «eravamo colleghi, poi lui ha cambiato ristorante. Ma siamo rimasti molto amici. Bello come il sole, simpatico: non gli mancava nulla». A Roma gli amici lo chiamavano “il biondo” per via della capigliatura chiara. «Condividevamo la passione per la pesca e le moto», racconta poi l’amico Rino, «facevamo escursioni in moto per andare a pesca di notte. E poi amava la fotografia. Ultimamente era molto contento della sua macchina fotografica professionale alla quale aveva comprato un nuovo costoso obbiettivo».
«Era un giovane pieno di vita. Di grande bellezza, esteriore e interiore. E se siamo così numerosi in questa chiesa, vuol dire che Enrico ha saputo seminare bene nel corso della vita», ha detto dal pulpito don Panfilo Argentieri, che ha officiato il rito funebre nella parrocchia di San Francesco Caracciolo al Tricalle, dove abita la famiglia. Affranti, protetti dall’affetto di tanti, c’erano la mamma Rita, caposala all’ospedale teatino, il padre Giuseppe, le due sorelle Serena e Gaia e la fidanzata tedesca Julia, conosciuta a Roma. Il padre Giuseppe stava disputando proprio in questi giorni gli esami di stato all’istituto industriale “Luigi di Savoia”. Aveva frequentato i corsi serali e proprio ieri mattina avrebbe dovuto sostenere l’orale. A scuola non si è presentato ma i compagni di corso, intervenuti in massa insieme pure al professore di informatica, giurano che lunedì mattina lo prenderanno di peso e lo porteranno in classe per fargli finire l’esame. «Enrico ci teneva tanto», dicono, «Peppino era orgoglioso del figlio. Qualche mese fa ci ha portati tutti a Roma al famoso ristorante dove lavorava, “La Campana”, dove solo una settimana prima aveva mangiato Giorgio Napolitano». Enrico aveva studiato all’alberghiero di Villa Santa Maria. Gli piaceva mangiare e soprattutto cucinare. Il suo sogno era quello di diventare cuoco e a Roma aveva trovato una carriera aperta e l’amore arrivato dalla Germania. Una vita spezzata precocemente. L’ultimo saluto gli è stato inviato dai tanti palloncini bianchi liberati in cielo al termine del funerale. Su ognuno c’era scritto: “Ciao Enrico”.(a.i.)

