Un mito senza tempo Il corteo non si ferma nell’anima dei teatini

La tradizione secolare ha resistito alla guerra e alla nevicata del ’56 ora l’emergenza Covid cancella il rito ma non il suo fascino eterno
CHIETI. «Il Venerdì santo, con la tradizione della processione, è la nostra Pasqua: è il giorno più atteso che ci dà sensazioni indescrivibili». Lamberto Zulli, uno che guarda la processione dall’obiettivo della sua macchina fotografica, racconta l’emozione dei teatini. Anche oggi, per questo non-giorno con il corteo ancora bloccato dall’emergenza coronavirus. A Chieti la processione è un mito e le immagini di Zulli raccontano l’incrocio dei sentimenti, come quelle mani che accarezzano il Cristo morto come se non fosse una statua ma un altro figlio della una città. La processione teatina è tra le più antiche d’Italia e l’origine si perde nell’anno 842. Nei secoli, il rito nel centro storico è stato più forte di tutto il resto: ha resistito all’occupazione nazi-fascista e ai dolori della Seconda guerra mondiale e ha sconfitto anche la nevicata del 1956. Ma la pandemia da Covid non ammette deroghe: l’anno scorso l’arcivescovo Bruno Forte ha percorso il centro in solitaria portando la croce – il Cristo si è anche staccato durante il tragitto – e così sarà anche stavolta, con inizio alle 17.
«Viviamo questa assenza con la consapevolezza e il dispiacere che non si può fare diversamente», racconta Zulli, fondatore della pagina Il Bello di Chieti su Facebook, «siamo presenti idealmente. La processione è la nostra tradizione più sentita in uno strano miscuglio tra religiosità e costume».
Per la seconda volta, a mezzogiorno del Venerdì santo niente prove con i 300 cantori e musicisti nella cattedrale di San Giustino: ai maestri Loris Medoro e Giuseppe Pezzullo tocca guidare canti e musica dai balconi. Perché la città non rinuncia, a modo suo, a quelle note struggenti.
Il Miserere risuona dalle case mentre i 7 simboli della passione restano nei locali dell’arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti: in secoli diversi, il compositore Saverio Selecchy e l’artista Raffaele Del Ponte abitarono a pochi isolati di distanza, nella zona della Civitella. Anche oggi, proprio lì, la processione avrebbe fatto una sosta per un inchino al suo compositore.
Aurelio Bigi, autore di un libro sulla processione e cultore della storia teatina, così racconta quel momento: «Una musica che s’inizia a percepire da lontano e che ti carpisce l’attenzione e… il cuore». E ancora: «Sfilano i simboli della Passione, della cattiveria umana, di quella di ieri e di quella di oggi. La musica si fa forte, molto forte, è struggente, le voci potenti dei bassi si mescolano a quelle dei tenori, ai suoni dei violini e degli altri strumenti musicali e il tutto arriva al cuore e commuove chiunque la sente anche perché in quel momento ti passa davanti agli occhi il Cristo morto con le sue ferite insanguinanti e la Madonna Addolorata con le sue lacrime di dolore: la coerenza a costo della vita, l’amore, la commozione, il dolore di una mamma che diventa dolore universale di tutte le mamme che si fa straziante, insopportabile, mortale. Ecco! È questo il momento in cui la processione raggiunge il suo acme».

