«Un posto all’università per 30mila euro»

26 Settembre 2017

Assunzioni fantasma in Ateneo. Parlano i padri truffati: hanno sborsato soldi per far lavorare i figli

CHIETI. «Mi avevano chiesto 1.500 euro per iscrivere mio figlio in una graduatoria dalla quale l’università d’Annunzio avrebbe attinto per assumere i propri dipendenti. E loro avrebbero fatto in modo che l’iscrizione di mio figlio risultasse retrodatata di tre anni, così che potesse essere assunto subito». Parte così la truffa di chi fingeva di avere amicizie altolocate all’interno dell’Ateneo, da “oliare” per far ottenere un contratto alla d’Annunzio. Una truffa da 100mila euro di cui devono rispondere gli ortonesi Patrizia Marino di 58 anni, la figlia Pamela Magno di 35 anni, il fratello Marco Marino di 57 anni, l'ortonese ex dirigente dell'Arta di Pescara Luciano Di Odoardo di 72 anni, tutti accusati di truffa e millantato credito, e l'ex vice sindaco di Casalincontrada Lino Camillo D'Arcangelo di 61, accusato di favoreggiamento. Ieri mattina il processo si è riunito davanti al giudice Valentina Ribaudo, con il pm Giuseppe Falasca. Sono state ascoltate due parti civili, assistite dall’avvocato Alberto Civitarese: due padri di famiglia truffati da chi millantava poteri che non aveva. Tanto è vero che i posti di lavoro si sono rivelati fantasma, mentre i soldi sborsati, in un caso 30mila euro e nell’altro 8mila euro, hanno preso il volo.
«Poi mi hanno chiesto altri 6.500 euro per un corso di informatica», ha continuato il testimone, «e mi hanno proposto uno sconto a 5.000 euro. Ho pagato di nuovo, perché mi avevano detto che se mio figlio avesse fatto il corso poteva ottenere un posto migliore. Poteva essere, cioè, inquadrato come un ottavo livello, non come un quarto. A questo punto, però, bisognava riscriverlo come ottavo livello alla famosa graduatoria per cui avevo pagato già 1.500 euro. Avrei comunque dovuto ripagare altre 1.500 euro. Cosa che ho fatto. Quando è arrivato il momento della firma del contratto mi hanno presentato un pezzo di carta che non aveva la carta intestata dell’Ateneo né il timbro. Notai subito che avevano sbagliato il codice fiscale di mio figlio e loro finsero di telefonare in Università per dire di correggere l’errore. Poi mi dicono che va registrato a Roma, perché l’università d’Annunzio fa parte dell’università Tor Vergata di Roma». Troppe anomalie... Dopo un po’ l’uomo si rivolge all’avvocato Civitarese. Il processo tornerà in aula il 23 ottobre con altri testimoni. (a.i.)