Un tesoro con 17 anfore romane scoperto nel castello: un indagato

8 Maggio 2022

Blitz nella storica dimora Masci: sotto accusa per ricettazione l’ex patron delle terme di Caramanico I pezzi trovati grazie agli annunci per la vendita dell’edificio, ora sono affidati alla Soprintendenza

CHIETI. Diciassette anfore millenarie, di epoca punica e romana, trafugate ed esposte nel castello di Miglianico. Le hanno trovate i carabinieri nella storica dimora privata di tremila metri quadrati, risalente al 1150, al centro del paese sulle colline teatine. Franco Masci, 84 anni, residente a Francavilla al Mare, amministratore unico della società proprietaria dell’edificio ed ex patron delle terme di Caramanico, è finito sotto processo davanti al tribunale di Chieti con l’accusa di ricettazione. In base alle indagini, coordinate dal sostituto procuratore Giancarlo Ciani, l’imputato, «al fine di trarne profitto, acquistava o comunque riceveva anfore da trasporto da qualificarsi come bene archeologico e provento del delitto di impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo Stato». I reperti, in un primo momento sequestrati e lasciati sul posto, sono ora custoditi dalla Soprintendenza.
LE INDAGINI L’inchiesta scatta nel luglio del 2020, quando i carabinieri del Comando patrimonio tutela culturale di Ancona, durante il consueto controllo dei siti web e-commerce, notano l’annuncio con il quale si pubblicizza la vendita del castello, al prezzo di 1.700.000 euro. I militari si insospettiscono perché, tra le foto allegate, ce ne sono alcune che testimoniano la presenza di anfore da trasporto, verosimilmente di epoca romana. E dai primi accertamenti viene fuori che, all’interno della struttura, non risultano dichiarate o denunciate collezioni archeologiche. A questo punto, gli investigatori chiedono e ottengono un decreto di perquisizione, anche per scoprire eventuali elementi che indichino la provenienza di quel materiale da scavi clandestini.
GLI ESAMI Dopo un primo sopralluogo, è determinante l’esame tecnico svolto da Anna Dionisio e Maria Isabella Pierigé, rispettivamente funzionario archeologico e restauratore. Le analisi confermano che si tratta di manufatti autentici in discreto stato di conservazione: su tre di loro ci sono lievi tracce di incrostazioni e segni di attrezzi, probabilmente metallici, che lasciano immaginare una provenienza da «scavo terrestre»; sugli altri reperti, invece, sono visibili quelle che tecnicamente si chiamano concrezioni e suggeriscono con buona certezza il rinvenimento su fondali marini. L’anfora più antica, databile al V-III secolo avanti Cristo, ha una forma cilindrica, il collo a imbuto, le anse piccole ed è ritenuta una produzione probabilmente punica di età protoellenistica. Analizzando gli altri reperti, ne spuntano un paio realizzati in Spagna in età augustea e imperiale e utilizzati per contenere olio; un altro ancora, di produzione della Francia meridionale e risalente al I-II secolo dopo Cristo, serviva in prevalenza per trasportare «liquamen», ovvero una salsa di pesce che gli antichi Romani aggiungevano come condimento a molti piatti.
LA SCOPERTA I carabinieri hanno accertato come il castello di Miglianico sia sottoposto a vincolo architettonico dal 1928. E da un fascicolo in possesso della Soprintendenza archeologia, Belle arti e Paesaggio per le provincie di Chieti e Pescara è venuto fuori che, in alcune fotografie della struttura datate 1987, era già ben visibile la presenza di almeno parte delle anfore. Ma nei documenti in questione, immagini «di sfondo» a parte, manca qualsiasi tipo di riferimento a quei reperti.
IL PROCESSO Due giorni fa, davanti al giudice Nicoletta Mariotti, si è aperto il processo a carico di Masci. L’imputato, assistito dall’avvocato Stefano Azzariti, avrà modo di fornire la sua versione dei fatti e respingere le accuse. A partire dalla prossima udienza, in programma il 25 novembre, saranno ascoltati i testimoni.