Università, la stangata del Tar sul Cus

I giudici annullano il contratto d’oro, condannano Di Marco a pagare 4 milioni e mandano gli atti a procura e Corte dei conti
CHIETI. La madre di tutte le sentenze, la più attesa, condanna il Cus a risarcire 4 milioni di euro all’Università. Annulla il contratto d’oro fra Ateneo e il sodalizio sportivo presieduto da Mario Di Marco. E manda gli atti alla procura della Repubblica e alla Corte dei conti, affinché aprano inchieste. E’ una stangata quella che ieri sera il Tribunale amministrativo di Pescara (presidente Michele Eliantonio, giudice estensore Massimiliano Balloriani) hanno inferto al Centro universitario sportivo che dovrà anche sborsare 8mila euro di spese legali. Certo, è ancora il primo round ed è scontato il ricorso al Consiglio di Stato, ma nelle 33 pagine di sentenza i giudici pescaresi non hanno dubbi nel fare chiarezza sulla guerra in atto tra il rettore Carmine Di Ilio e il dg, Filippo Del Vecchio, contro Di Marco. Il contratto, che garantiva a quest’ultimo 1,3 milioni di euro per 25 anni, è illegittimo perché non ha seguito le regole della gara d’appalto. Proprio per l’ingente posta in palio e per il fatto che il Cus non può essere inteso come ente pubblico, l’affidamento diretto della realizzazione dei palasport universitari, della loro costosa gestione così come il funzionamento della facoltà di Scienze motorie, era vietato. Ma il Tar va anche oltre accogliendo le tesi degli avvocati della D’Annunzio secondo i quali il contratto stipulato con il Cus non aveva pezze d’appoggio, cioè la documentazione nel dettaglio delle spese sostenute dal 2004 al 2011. Per di più i giudici escludono a priori effetti sulla vicenda parallela che chiama in causa la Bper e il decreto ingiuntivo ottenuto da quest’ultima per farsi restituire 11 milioni di euro di fidejussione dall’Ateneo o dal Cus. Né, infine, l’annullamento del contratto a sei zeri riporta lo stato delle cose a un periodo antecedente quando il Cus diceva di vantare un credito nei confronti dell’Ateneo di ben 43 milioni di euro. Non è possibile tornare indietro nel tempo, dicono in sintesi i giudici amministrativi, perché quel contratto, come si è già detto, non aveva motivo di esistere non essendoci stata alcuna gara d’appalto. E’ prevedibile, a questo punto, che la sentenza di condanna del Cus sortirà effetti di non poco rilievo sull’intera vertenza-Università dove i malumori, anche dei docenti, stanno crescendo alla vigilia del Senato accademico di martedì prossimo quando, secondo i ben informati, si prevede una contestazione da parte di una nutrita fronda nei confronti sia del rettore sia del direttore generale. Ma il verdetto di ieri riconosce, almeno per ora, una sorta di certificato Iso 9000 alle scelte, drastiche, di Del Vecchio al quale il Magnifico si è affidato totalmente. In parole semplici, nel caso del Cus, il dg e il Cda dell’Ateneo, nell’ottobre dl 2013, avevano deciso bene sospendendo, in autotutela, il contratto con Di Marco. Si trattava di un accordo, stipulato nel 2011, che consisteva in una sorta di mega transazione con cui il Cus rinunciava a un credito di 43 milioni, ripartendo da zero con un nuovo contratto della durata di 25 anni ma di importo dimezzato e con l’intervento della Bper che concedeva un mutuo di 11 milioni grazie alla garanzia fornita dall’Ateneo. Al Tar sono quindi ricorsi in due: il Cus contro la sospensione del contratto decisa nel 2013, e l’Ateneo per l’annullamento dello stesso sottoscritto nel 2011. Ma il verdetto dei giudici è che «il Cus è un ente a carattere privatistico del tutto distinto dall’Università. Sicché l’affidamento diretto di una concessione non può derogare alle procedure di evidenza pubblica». L’appalto mai bandito è la chiave di tutto.

