Vasto, la mamma del bosco riabbraccia i figli

1 Aprile 2026

Incontro autorizzato a distanza di 26 giorni dalla cacciata di Catherine Birmingham

VASTO. Ventisei giorni sono lunghi abbastanza da stravolgerti la vita. Ma non lunghi abbastanza per farti dimenticare le voci dei tuoi tre figli, i passi, i richiami, i rumori piccoli di una famiglia. Oggi Catherine Birmingham quei tre bimbi li rivede. Li rivede nella comunità che li ospita dal 20 novembre scorso, a Vasto, dopo quasi un mese di distanza cominciato nella notte del 6 marzo, quando lei è stata allontanata in fretta da quella stessa struttura protetta, perché secondo i giudici rappresentava un pericolo per i suoi piccoli. Da allora c’è stato il silenzio delle attese, dei ricorsi, delle relazioni, delle carte. Oggi no. Oggi c’è una visita autorizzata, controllata, sotto gli occhi degli operatori. Ma c’è, e questo basta a farne un giorno diverso da tutti gli altri.

L’incontro arriva dopo l’istanza presentata dai legali della coppia, gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas. Catherine Birmingham e il marito Nathan Trevallion partiranno da Palmoli, dalla casa del bosco in cui sono rimasti senza i figli, a bordo della loro vecchia Renault Kangoo. Per lei è il primo ritorno. Per lui la possibilità di vedere i bambini era già stata riconosciuta: può incontrarli quasi ogni giorno. Per la madre, invece, questa visita rappresenta un primo varco dopo una separazione che ha assunto presto il profilo di uno scontro giudiziario e tecnico, con relazioni che hanno finito per raccontare due storie opposte sugli stessi bambini.

Il punto, infatti, non è soltanto il distacco. È ciò che è accaduto dopo. Il tribunale per i minorenni dell’Aquila, con l’ordinanza emessa ieri, ha confermato la permanenza dei minori nella struttura di Vasto e ha richiamato i passaggi delle relazioni dell’assistente sociale e della responsabile della casa famiglia. In quei documenti si descrive «un clima generale all’interno della comunità tornato a essere disteso e privo di contrasti e tensioni, dove i minori si sentono a loro agio e possono essere sé stessi». È la fotografia sulla quale i giudici, in questa fase, hanno ritenuto di dover poggiare la decisione.

A sostegno di quel quadro, l’ordinanza richiama anche episodi concreti. Uno riguarda la figlia maggiore, che «per la prima volta dal suo ingresso in struttura, si è aperta al dialogo, mostrando con orgoglio i regali ricevuti per il compleanno e consegnati dal padre e mostrando di saper scrivere il proprio nome sia in grassetto sia in corsivo». Un passaggio che, nella logica del provvedimento, serve a mostrare un progressivo adattamento alla nuova condizione e una riduzione delle tensioni che avevano accompagnato i primi giorni.

Ma su questo punto si apre la frattura più netta. Perché i consulenti di parte, lo psichiatra Tonino Cantelmi e la psicologa Martina Aiello, consegnano agli atti una valutazione rovesciata. «Sulla base degli elementi clinici disponibili e del patrimonio scientifico riconosciuto a livello internazionale, si ritiene che l'allontanamento della madre abbia inevitabilmente generato un peggioramento acuto del quadro psicologico dei minori e che non sia in alcun modo plausibile osservare un miglioramento dopo qualche giorno da tale evento, come incomprensibilmente sostenuto». Non è una sfumatura. È una contestazione frontale del racconto accolto dal tribunale.

Dentro questa distanza tra letture incompatibili si muove ora la partita processuale. La Corte d’appello dovrà esaminare il reclamo presentato dai legali della coppia. Entro il 21 aprile andranno depositate le memorie. È quella la prossima scadenza. È lì che si misureranno, ancora una volta, non solo due tesi giuridiche ma due interpretazioni del comportamento dei minori, del trauma del distacco e degli effetti prodotti nelle settimane successive.

Nel frattempo, però, la vicenda continua a vivere anche fuori dalle carte. Perché il tempo della giustizia ha i suoi ritmi, mentre quello di una famiglia si consuma giorno per giorno. La madre, oggi, non entra nella struttura per discutere provvedimenti, contestare relazioni o inseguire un punto a favore. Entra per vedere i figli. Per riabbracciarli. Per parlare con loro di ciò che è rimasto fuori da queste settimane: la casa, gli animali, le abitudini interrotte, la primavera che tarda ad arrivare. In quel racconto ci sono i nomi del cavallo Lee, dell’asino Gallipoli, del gatto Pasquale. C’è un lessico familiare che non appartiene agli atti, ma alla vita di prima.

Non ci sarà spazio, naturalmente, per la battaglia legale. Non in questo incontro. Non davanti ai bambini. Il conflitto resterà dove sta da mesi: nelle relazioni, nelle consulenze, nei reclami, nelle formule con cui ogni parte prova a dare un senso a quanto è accaduto. La visita di oggi, invece, ha una natura più semplice e più difficile insieme. È un momento vigilato, limitato, deciso da altri. Ma è anche il primo punto in cui una madre torna a occupare il posto che rivendica da mesi.

È probabile che nei prossimi giorni venga definito un calendario di incontri anche per lei, sul modello di quello già previsto per il padre. Sarebbe un passaggio ulteriore, ancora lontano però da una soluzione definitiva. Per ora resta questo: una porta che si apre, una visita concessa, un’interruzione che per qualche ora si ricuce. Il resto rimane sospeso.

E forse è proprio qui che la cronaca si ferma, davanti a una scena che non ha bisogno di essere spiegata troppo. Da una parte ci sono i giudici, le relazioni, gli specialisti, le memorie da depositare. Dall’altra una madre che dopo quasi un mese rivede i suoi figli in una stanza sorvegliata.

In mezzo c’è tutto quello che le carte non riescono a contenere: il peso dei giorni passati lontani, la fatica di tornare a parlarsi, il tentativo di rimettere insieme almeno per un momento una misura minima di normalità. Non è una soluzione. Non è ancora un ritorno. Ma dopo ventisei giorni, per quella madre, somiglia molto alla prima boccata d’aria.

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