Veleni scaricati nel fiume, 10 a processo

27 Giugno 2019

A giudizio gli ex vertici di Consorzio di bonifica e depuratore: lavori inutili e fatture gonfiate, Comune truffato per 300mila euro

CHIETI. Negli uffici del Consorzio di bonifica e del depuratore di Chieti Scalo, si ignorano le microspie messe dai carabinieri forestali e si parla liberamente: «È stata esclusivamente una cosa politica», così dice un indagato in merito alla realizzazione di una vasca per il trattamento dei liquami. «Una vasca che non ha senso, né capo né coda, è inutile». Talmente inutile da pensare di trasformarla in una «piscina simil comunale»: «Mi piacerebbe tanto a metterci una tavola di legno con un bel trampolino. Già questo avrebbe una sua efficienza ’sta vasca». E poi una dichiarazione che, per gli investigatori, è un’ammissione: «Ci stava da mangiare qualche altra cosa». A 4 anni da quelle intercettazioni, scattano 10 rinvii a giudizio per l’operazione Panta Rei che, il 20 ottobre del 2016, portò a 4 arresti per un presunto traffico illecito di rifiuti intorno al depuratore teatino: una truffa da 300mila euro al Comune di Chieti; sconti alle imprese amiche per oltre 3 milioni di euro; fatture gonfiate per pagare anche cene organizzate con i dipendenti. E poi scarichi di sostanze tossiche «direttamente» nel sottosuolo e nel fiume Pescara e dati «palesemente manipolati» per nascondere «l’inefficacia del trattamento depurativo e continuare a esercitare l’illecita attività di smaltimento». Sono queste le accuse contestate agli indagati, a partire da Roberto Roberti, l’ex presidente del Consorzio di bonifica, e Andrea De Luca, ex capo del depuratore di Chieti Scalo. Sotto accusa c’è anche Giustino Angeloni, ex presidente del Chieti Calcio, per presunto traffico illecito di influenze: Roberti avrebbe retribuito Angeloni per fare pressione sul Comune per il rinnovo della convenzione sulla gestione del servizio di depurazione. La Teatheconsult avrebbe avuto circa 240mila euro di consulenze dal Consorzio di bonifica tra 2014 e 2015: «Le consulenze della Theateconsult», dice un’informativa dei carabinieri forestali mandata ai pm dell’Aquila David Mancini e Antonietta Picardi, «mascherano la dazione elargita da Roberti a Giustino Angeloni al fine di ricompensarlo per la sua attività di intermediazione con il sindaco di Chieti Umberto Di Primio (non indagato, ndr) per favorire la sottoscrizione della convenzione per la gestione del servizio della depurazione».
Tra le accuse contestate, c’è quella di aver smaltito abusivamente fanghi contenenti «alti valori di arsenico senza porre in essere alcuna specifica campagna di abbattimento di tale metallo pesante»: l’arsenico sarebbe finito, così, nel fiume. Altra sostanza che sarebbe stata smaltita aggirando le regole è il percolato di discarica «contenente un alto valore di azoto ammoniacale». Secondo l’accusa, Roberti, De Luca e Tommaso Valerio, ex direttore del Consorzio, sarebbero stati a conoscenza dell’«inadeguatezza dell’impianto a trattare in modo appropriato tale massiva quantità di rifiuti» e avrebbero fornito all’Arta «dati non veritieri e palesemente manipolati». Lo smaltimento abusivo, dice l’accusa, avrebbe garantito al Consorzio di bonifica «un ingiusto profitto» di almeno 300mila euro: a tanto ammonta il contributo pagato dal Comune, una delle 4 parti offese del procedimento insieme ad Aca, Regione e allo stesso Consorzio di bonifica. Attraverso la miscelazione di rifiuti diversi – a seconda della tipologia di rifiuti il Comune deve un contributo più o meno oneroso al Consorzio – l’ente avrebbe risparmiato sui costi di smaltimento inducendo «in errore» il Comune che avrebbe pagato «somme non dovute». Gli indagati sono assistiti dagli avvocati Marco Femminella, Antonio La Pace, Manuel De Monte, Maria Sirolli, Valentina Del Grosso e Pierluigi Pennetta. «I capi di imputazione sono sconfessati da documenti pubblici e sono fondati su errori marchiani», dice Femminella, difensore di Roberti e Valerio.