Viaggio nella cantina Ciavolich: una storia lunga cinque secoli

Vignaioli dal 1853, la famiglia è arrivata dalla Bulgaria nel XIX secolo. La residenza fu occupata dai nazisti nel 1943
MIGLIANICO. Ci sono famiglie, e luoghi, che sembrano riassumere, nella propria storia, quella di un intero territorio. La cantina Ciavolich di Miglianico è esattamente questo: il museo di uno spaccato dell’Abruzzo che attraversa la nascita dei grandi personaggi come Michetti e D’Annunzio, l’occupazione nazista della seconda guerra mondiale e poi la liberazione e la rinascita di un territorio all’insegna di quel legame, con la terra che ha saputo rinnovarsi anche nell’interazione con altre culture, in alcuni casi lontanissime. Su Zoom-storie dal nostro tempo, in onda stasera alle 23 su Rete8, siamo andati a scoprire questa realtà incontrando, Chiara Ciavolich, che poco più che ventenne ha preso in mano l’azienda vitivinicola del padre per continuare a tenere viva la sua passione e, oggi, l’ha resa una realtà imprenditoriale di successo, che esporta i suoi prodotti nel mondo.
L’occasione per andare a trovare Chiara nell’antica cantina di Miglianico – dove avveniva originariamente la produzione, oggi a Loreto Aprutino – è quello del “venerdì Flaneur” che, sull’eco del “vagabondare ozioso” di Baudelaire offre un aperitivo “lento”, tra cibo, musica e, ovviamente, vino. Il cuore della serata si svolge nella cantina sotterranea dell’azienda. Le note di Astor Piazzolla, il padre del tango contemporaneo, non sono solo di accompagnamento, ma vere protagoniste della serata: tre brani per descrivere i caratteri di tre vini identitari per l’Abruzzo come il Pecorino, il Montepulciano d’Abruzzo e il Cerasuolo. A raccontare le ragioni dietro queste accoppiate sono Fernando Herrera Castro, critico musicale argentino e compagno di vita di Chiara, e Roberto Di Benedetto.
Il risultato è un viaggio sensoriale che richiede di «chiudere gli occhi, prendere il calice in mano e lasciarsi trasportare», spiega Chiara soddisfatta. E pensare che quando ha preso le redini dell’azienda, più di 20 anni fa, la cantina produceva solo vino sfuso. Con lei è nata l’idea di far fare al suo prodotto un salto di qualità, che oggi si vende sia a New York che in Giappone e, prima dello scoppio dell’invasione Ucraina, anche in Russia. Nonostante l’inclinazione all’export, le radici della cantina sono ancora saldamente legate al territorio.
«Fino al 1943, la vinificazione avveniva qui. Vede il segno dei buchi sul soffitto?», indica Chiara nella cantina sotterranea ora vuota, (gli ospiti sono saliti al piano superiore per la cena) «sono i fori da cui colava il mosto. Con l’occupazione dei soldati tedeschi nel ’43, prima che arrivassero le SS e li cacciassero, ai miei familiari fu permesso di sfollare qui, nei sotterranei. Erano terrorizzati: temevano che una bomba avrebbe rotto le botti, facendoli affogare nel vino». Un piccolo frammento di una storia molto più lunga, conservata nelle stanze di questo “mausoleo” che ripercorre insieme la storia di una famiglia e di una regione. Per scoprirlo, l’appuntamento è alle 23 su Rete8.
@RIPRODUZIONE RISERVATA

