Chieti Calcio. Altair D’Arcangelo condannato in via definitiva per bancarotta

La Cassazione respinge il ricorso dell’imprenditore e conferma la sentenza della Corte d’appello: «Non ha depositato i libri contabili di una società fallita a Milano, impossibile ricostruire gli affari»
CHIETI
Nel lungo elenco delle vicende giudiziarie che accompagnano Altair D’Arcangelo, patron del Chieti calcio, arriva il primo dato definitivo. L’imprenditore di Brecciarola, 50 anni, è stato condannato a un anno per bancarotta documentale semplice: il provvedimento della Cassazione è arrivato pochi giorni fa.
Per il Chieti è un passaggio che pesa anche fuori dalle aule di giustizia. D’Arcangelo era tornato in città due estati fa con il passo di chi annunciava un’altra epoca: promozione in Serie C, progetti milionari, rilancio della società, prospettive ampie. Alcuni collaboratori lo avevano persino ribattezzato «Santo». Oggi la società è assediata dai creditori e quelle promesse sono rimaste sospese tra annunci pubblici e risultati mai arrivati. La traiettoria non si è fermata al calcio. D’Arcangelo aveva provato anche a proporsi nella vita politica cittadina, con un gruppo a lui ispirato e chiamato Teti, come il progetto della grande cittadella sportiva. Un tentativo durato pochi mesi e finito senza seguito, come il piano che avrebbe dovuto cambiare il futuro neroverde e che invece è rimasto nei proclami e nelle presentazioni a favore di telecamera.
I proclami, del resto, non riguardavano solo l’area sportiva. D’Arcangelo aveva assicurato che avrebbe creato posti di lavoro con una nuova impresa, aiutato le famiglie pagando la mensa per i bambini, sistemato le strade piene di buche. Aveva promesso anche la ristrutturazione della chiesa di Brecciarola. Nulla di tutto questo, negli atti concreti della città, è diventato realtà. Di concreto, ora, c’è la decisione della Cassazione. L’ordinanza della settima sezione penale (presidente Maria Teresa Belmonte, relatore Michele Cuoco) ha dichiarato inammissibile il ricorso contro la sentenza della Corte d’appello di Milano. I giudici milanesi avevano confermato la condanna di primo grado per una vicenda legata al fallimento di una società lombarda. D’Arcangelo è stato riconosciuto colpevole nella sua veste di amministratore. I «libri contabili», si legge nelle motivazioni dei magistrati romani, non furono «messi a disposizione del curatore» e per questo «non è stato possibile ricostruire la situazione patrimoniale e finanziaria» della società fallita.
La difesa ha tentato la strada del terzo grado di giudizio, ma per gli ermellini il ricorso ha riproposto in modo «pedissequo» argomenti già esaminati e respinti dalla Corte d’appello. Motivi, scrive la Cassazione, «adeguatamente vagliati e disattesi con corretti argomenti giuridici». Al centro restano «i pacifici obblighi di tenuta della contabilità gravanti sull’amministratore» e la valutazione sulla pena, legata alla «gravità della colpa», al «passivo» e al «pregiudizio» arrecato «al corretto svolgimento della procedura» fallimentare.
Questa è la parte ormai chiusa. D’Arcangelo resta imputato a Teramo per una maxi frode fiscale ed è sotto indagine a Bologna per associazione per delinquere finalizzata a «reati fallimentari, fiscali, di riciclaggio e autoriciclaggio». Era già finito al centro della cronaca anche per il suo ruolo dichiarato di business developer, cioè procacciatore d’affari, della società anonima svizzera Wip Finance.
Quella stessa Wip, proprietaria dell’85% delle quote del Chieti calcio e finita sotto indagine in Svizzera, che stava per comprare il 75% del gruppo Visibilia dalle mani della ministra (ora ex) di Fratelli d’Italia Daniela Santanchè. Sullo sfondo restano i proclami, le promesse, la retorica del rilancio.
Davanti, però, c’è un atto definitivo: dopo tante parole sul futuro, a camminare davvero è una condanna passata in giudicato.
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