È un’accusa da ergastolo

16 Aprile 2017

Il pm: Marfisi ha premeditato i due delitti nel giorno del compleanno della moglie

CHIETI. La furia omicida innescata dalla gelosia. Quindici pugnalate alla moglie Letizia. Diciotto all’amica Laura. Il duplice femminicidio di Ortona è stato premeditato da Francesco Marfisi che voleva ammazzare anche una terza donna. Il marito assassino «ha elaborato il progetto criminale in quattro mesi e lo ha consolidato il giorno precedente». In sette pagine di ordinanza di custodia cautelare, di cui il Centro è venuto in possesso, la procura di Chieti ipotizza accuse da ergastolo per il 50enne operaio della Cogas che, il 13 aprile, ha assassinato la moglie Letizia Primiterra, di 47 anni, e Laura Pezzella, di 33. Il movente è la gelosia. E’ il sostituto procuratore, Giancarlo Ciani, a sostenerlo quando scrive che il giorno che ha preceduto il duplice ed efferato delitto «in occasione del compleanno della moglie, Marfisi l’ha incontrata in un bar in compagnia di Pezzella. Ma lei ha rifiutato di ricevere gli auguri dicendogli che voleva essere lasciata sola con l’amica in quanto sua amante e nuova compagna».

Ma la rabbia omicida di Marfisi, sempre secondo la procura, cresce fino da esplodere dopo una seconda frase pronunciata dalla moglie, quella, dice Ciani «che aveva avuto, proprio il giorno del suo compleanno, un rapporto sessuale con la sua amica». Una frase che i familiari di Letizia e Laura respingono fermamente. Mai avrebbero voluto leggerla su un capo d’accusa. Una frase, peraltro, che potrebbe essere stata solo una provocazione non rispondente alla realtà. Ma la procura non lo rimarca, anche se lo fa intendere quando aggiunge che Marfisi ha «ideato e voluto il progetto criminale anche in ragione del fatto che le due donne lo dileggiavano definendolo “cucco”, e nella sua città, Ortona, si sentiva deriso per la divulgazione della notizia sul rapporto sentimentale tra le due donne».

LA CONVALIDA. Tutto è emerso ieri, tra le 10,40 e le 11,30, dopo che in Tribunale a Chieti, Marfisi, assistito dall’avvocato Rocco Giancristofaro, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il marito assassino è stato protetto da telecamere e fotografi, così ha voluto il gip, Luca De Ninis. Il furgone blindato della penitenziaria è entrato fin dentro l’atrio del palazzo di giustizia. E il portone si è chiuso prima di far scendere l’indagato. Nel pomeriggio il giudice, dopo aver convalidato l’arresto, ha emesso l’ordinanza di cui riportiamo i passaggi principali.

LE TRE FASI. Il duplice delitto di giovedì santo, e il terzo omicidio rimasto un tentativo, vengono ricostruiti dalla procura e dal gip in tre fasi, con relative accuse. La prima scena è in via Zara dove Marfisi ammazza la moglie con due coltelli «con lame di lunghezza di 15 e 19 centimetri». Letizia Primiterra, dopo la separazione dal marito che lo aveva minacciato più volte ed era stato denunciato il 4 aprile, era andata a vivere, con una figlia incinta al quinto mese, in casa dell’amica Chiara T., dove Marfisi, scrive il pm, le ha sferrato «non meno di 15 fendenti in parti vitali del corpo. Letizia Primiterra decedeva sul posto». Così scatta la prima accusa di omicidio aggravato dalla premeditazione, dalla crudeltà e in danno del coniuge. Ma sempre in via Zara, il marito assassino commette, secondo l’accusa, anche il reato di lesioni aggravate verso la figlia incinta, colpendola alla testa.

Passiamo alla seconda scena, agghiacciante come la prima.

ADDIO LAURA. In contrada Tamarete si consuma il secondo omicidio premeditato, aggravato dalla crudeltà e dalla presenza di due bimbi, figli di Laura Pezzella, che assistono all’orrore. «Giunto a Tamarete, Marfisi ha sfondato con una spallata la porta di ingresso ed è salito per una rampa di scale, impugnando i due coltelli, per sferrare non meno di 18 pugnalate, l’ultima delle quali al pube della vittima». Il pm qui cita un altro precedente, localizzandolo nel tempo a una settimana prima del duplice delitto quando Pezzella «incontrando Marfisi, gli riferiva che lei e sua moglie erano amanti e lo derideva».

SGOZZATA. La seconda scena del doppio femminicidio si completa con questo passaggio: «Marfisi sale in macchina, una Opel Mokka, e parte per tornare in via Zara. Ma prima di farlo, ripassa davanti alla casa del secondo delitto, vede il marito di Laura Pezzella, abbassa il finestrino e gli fa segno con la mano di aver tagliato la gola a sua moglie». Siamo all’epilogo della ricostruzione del giovedì dell’orrore.

«PUO’ RIFARLO». La terza scena si riconsuma in via Zara e porta il gip a definire Marfisi pericoloso perché, se tornasse libero, potrebbe «completare la vendetta». Il tentato omicidio di Chiara T. è l’ultima pesante accusa che pesa sul 50enne perché, uscendo la prima volta da quella casa, ha urlato «Adesso ce n’è anche per te», verso la donna che aveva accolto la moglie. E al luogotenente dei carabinieri che accompagnava in auto il figlio dell’omicida, negli attimi drammatici che seguirono l’assassinio della moglie Letizia, aveva annunciato: «Voglio uccidere altre due donne».

Una era Laura, e c’è riuscito. L’altra era Chiara, ma è stato arrestato prima che lo facesse.