«È una holding dello spaccio», 14 indagati
La procura si prepara a presentare la richiesta di rinvio a giudizio: «Affari illeciti gestiti come un’attività imprenditoriale»
CHIETI. Era una holding dello spaccio. Cocaina pura fino all’86 per cento, hashish e marijuana: non mancava nulla nel menù dei pusher che vendevano le dosi a Guardiagrele e nei paesi del Chietino. Ora in 14 rischiano di finire sotto processo per il giro di droga gestito dalla famiglia di origine rom degli Elisii. Il sostituto procuratore della Repubblica di Chieti, Giancarlo Ciani, ha firmato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio. Sono 116 le cessioni di stupefacenti documentate in due anni dai carabinieri del nucleo operativo e radiomobile teatino, coordinati dal maggiore Massimo Capobianco e dalla tenente Maria Di Lena. Adesso gli indagati hanno venti giorni di tempo per presentare memorie, produrre documenti e chiedere di essere interrogati. Nel blitz scattato lo scorso 12 maggio sono finite in manette 4 persone; nel corso dell’inchiesta, invece, in 6 sono stati arrestati in flagranza: è lungo l’elenco dei sequestri a riscontro delle ipotesi investigative.
L’ORGANIZZAZIONE La prima parte dell’indagine è iniziata nel 2017 dopo le segnalazioni arrivate ai carabinieri di Guardiagrele, da parte di alcuni cittadini, su episodi di spaccio sempre più frequenti. Gli accertamenti hanno consentito di individuare in alcuni componenti della famiglia Elisii, in primis in Stanislao, i principali distributori della droga: da qui Elisiir, il nome dell’operazione. A fornire la cocaina era Carmina Ciarelli, detta Ambra, 28 anni, giovane esponente di una nota famiglia rom pescarese. Gli Elisii, come ricostruito dagli investigatori, erano soliti prendere in affitto ville o appartamenti fuori dal centro abitato e in località isolate, vigilati dagli stessi spacciatori che controllavano gli spostamenti delle forze dell’ordine. In questo modo, gli indagati acquistavano lo stupefacente proveniente da Pescara e lo vendevano ai giovani di Guardiagrele, Casacanditella, Fara Filiorum Petri e Francavilla. Ma i militari dell’Arma, attraverso centinaia di intercettazioni e pedinamenti, hanno ricostruito nel dettaglio il maxi affare illecito.
LO SCENARIO «Si deve rilevare», è la conclusione del pubblico ministero Ciani, «l’estrema gravità delle condotte delittuose tenute sotto il profilo della loro sistematica reiterazione a dimostrazione dell’esistenza di una spiccata capacità criminale. La meticolosa azione investigativa ha consentito di fotografare uno scenario delinquenziale di tutto riguardo. L’organizzazione dell’attività di spaccio è stata in grado di assicurare una ramificata erogazione del prodotto illecito fornito, con una continua distribuzione della “materia prima” attraverso molteplici canali».
LE ACCUSE Gli indagati hanno mostrato di essere professionisti del crimine. Ecco perché il pm parla di «un assieme di condotte vigorose, per il conseguimento di insane attività “commerciali”, che hanno assunto fisionomie operative tipiche di attività imprenditoriali, sia in relazione all’impiego della manovalanza e sia nel raggiungimento dei profitti. L’azione repressiva della polizia giudiziaria non si è limitata a ricercare le singole attività delittuose, ma si è aperta a una più ampia visione, che ha ulteriormente evidenziato come il prodotto “droga” sia in grado di costruire redditizie “holding” operose su più parti di questo territorio. La maggior parte degli indagati risulta priva di stabile occupazione e di fonti di reddito, anche e soprattutto perché, evidentemente, traggono i loro profitti e i mezzi di sussistenza proprio dalle condotte illecite. E anche chi svolge stabile o saltuaria attività lavorativa ha dimostrato di arrotondare i redditi con il parallelo e continuato spaccio di cocaina».
L’OVERDOSE Dopo il deposito in procura della prima informativa, è stato aperto un ulteriore fascicolo legato alla morte di un operaio di Rapino, ucciso nella sua abitazione da un’overdose di eroina e cocaina nel 2019. In base all’accusa, «pur non essendosi acquisiti elementi certi per attribuire ad alcuno degli indagati la cessione del cocktail di stupefacenti risultato fatale, anche tale decesso deve tuttavia essere considerato un sintomo del livello di pericolosità che ha raggiunto l’attività di narcotraffico nell’area territoriale in esame». Anche l’inchiesta bis si avvia verso la conclusione.
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