A quel gran pezzo dell’Ubalda oggi darei un 8 ½
ROMA. «Certo che li rifarei, grazie a quelle pellicole sono diventata famosa e sono qui oggi». Così Edwige Fenech ospite a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1. È vero che la cosa che le dava più...
ROMA. «Certo che li rifarei, grazie a quelle pellicole sono diventata famosa e sono qui oggi». Così Edwige Fenech ospite a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1. È vero che la cosa che le dava più fastidio dei film della sua gioventù erano i titoli? «Sì, e il peggiore era Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda tutta calda». Oggi ha lo stesso giudizio su quelle pellicole? «Ai tempi non andavo neanche a vederli . Poi grazie ad una recensione di Veltroni, che scrisse che il mio personaggio nell’Ubalda era alla Truffaut, mi convinsi a vederlo in tv e aveva ragione: oggi gli darei un 8½ come voto». Numero che inevitabilmente evoca Fellini, «che mi chiamava l’Ubaldina», spiega, «per il maestro dovevo fare il personaggio di Gradisca, e per due mesi andai a Cinecittà da lui e a pranzo a casa sua. A ogni pranzo mi prendeva la mano destra, in modo affettuoso e mi diceva: ma non mangia? Io non toccavo nulla, non potevo muovere la mano, ero timidissima. Così diceva alla cuoca, che si chiamava Ubalda: fai mangiare l’Ubaldina, prepara qualcosa che le piace». Lei ha lavorato con molti dei più grandi attori, primo tra tutti Ugo Tognazzi. «Cucinava spesso la pasta con le barbabietole: era viola, bella, ma diciamo mediamente buona». Più recentemente ha conosciuto Tarantino. «Al festival di Venezia mi dissero che voleva conoscermi, non ci credevo e risposi: lasciatemi perdere. Poi ci andai a cena e scoprì che era un cultore dei gialli italiani anni 70». Cosa le chiese? «Di recitare con un ruolo importante in un film che produceva e io gli dissi, ok ma vengo solo per un giorno». Come mai? «Ero delusa da come si era conclusa la mia carriera. Invece poi ci sono andata e siamo stati tutti felici. Il film era Hostel, diretto da Eli Roth. Lei da giovane era timida. «Tremendamente. E senza un briciolo di fiducia in me stessa. A 30 anni smisi di mettermi in costume: quando sei famosa la gente ti studia».
