«Abruzzesi e bergamaschi, stessa pasta»

8 Maggio 2018

Il regista in un’intervista al Centro del 2008: «Il cinema? Una passione infantile»

PESCARA. «Ah, l’Abruzzo! Quanti amici in Abruzzo: Beppe Di Croce della Forestale, Giovanni Pace, Marcello Zaccagnini. Abruzzesi e bergamaschi, stessa pasta di montanari duri». Esordiva così Ermanno Olmi in una lunga intervista al Centro, pubblicata il 9 maggio del 2008. Eccone alcuni passi.
Olmi, quando e perché ha deciso di fare del cinema?
«Ero molto piccolo. Avendo un fratello più grande di quattro anni, i miei genitori mi portarono a vedere una sua recita all’oratorio alla Bovisa. Non c’erano le baby-sitter, allora (ride)».
E cosa accadde?
«Ho un ricordo preciso, di quelli dell’infanzia, che non se ne van no mai. Rimasi incantato dalla magia di quel palcoscenico. E’ così che mi sono innamorato dello spettacolo. Per un po’ è stato il teatro, poi, a 17 anni, ero impiegato alla Edison, ho iniziato a girare dei documentari sull’attività dell’azienda per cui lavoravo. Amavo il teatro come fatto di illuminazione della realtà attraverso la rappresentazione critica della realtà stessa, così ho cominciato a pensare di raccontare una storia e ho fatto il salto verso il cinema narrativo».
Che cosa le piaceva mate- rialmente del cinema?
«Il cinema è una modalità sempre molto personale. Un autore ha la possibilità di affrontare tutta l’intrapresa della produzione di un film: dalla sceneggiatura ai sopralluoghi alla scelta degli attori alle riprese fino al montaggio. Mi piace l’idea che ogni momento è sempre aperto a una nuova scoperta».
A differenza del teatro?
«Il teatro ha un copione da ri spettare e poi ci sono gli attori. Il tutto avviene attraverso una certa libertà d’azione ma dentro limiti posti dal copione o dagli attori a disposizione. Nel cinema, invece, fino all’ultimo momento, fino al montaggio, c’è una libertà superiore a quella del teatro perché tutto ciò che non è al servizio dello spettacolo (una strada, una montagna, il mare, una nuvola che passa in cielo), questa vastità della realtà fisica, insomma, dà un così grande contributo al continuo rinnovamento del progetto narrativo originale. Se una mattina è previsto un “esterno con il sole”, e quel giorno invece piove a dirotto, allora bisogna mettere mano a un programma sostitutivo. Ma quella circostanza imprevista, a volte, mette in moto uno stile creativo. Tutto questo nel teatro non avviene».
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