Acusada, giustizia e delitto digitali

5 Settembre 2018

Un thriller del regista argentino Gonzalo Tobal ispirato al caso Amanda Knox  

VENEZIA. In questa Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia in concorso tanta attenzione alla modernità, al mondo che cambia. E così se Olivier Assayas in “Doubles Vies”, uno dei film più interessanti visti, ci ricorda come la nostra vita sia ormai un sorta di algoritmo, ammalata come è di digitale, di social, video, sms, whatsapp, tweet e selfie c'è chi, come il regista argentino Gonzalo Tobal, ci porta con “Acusada” in un thriller pieno di ritmo, che ricorda molto quello il caso di Amanda Knox, settato nei nostri tempi. Un delitto che ci mostra feste dove sono proibiti i telefonini (Range party), video sessuali postati che diventano virali e dove il delitto e il suo giudizio hanno una vita parallela sui media (una cosa quest'ultima non nuova).
Il film, applaudito alla prima stampa, ha come protagonista Dolores Drier (Lali Espósito) una bella e giovanissima studentessa che viene accusata di aver ucciso brutalmente la sua più cara amica. È accusata del crimine perché, tra l'altro, contro di lei c'è un movente non da poco: la sua amica, Monica, ha girato e diffuso in rete un video in cui Dolores fa sesso orale con un ragazzo. La studentessa dice che ha perdonato l'amica, ma il sospetto di una vendetta resta forte. Da qui una grande esposizione mediatica di Dolores e la sua famiglia in cui il giudizio tra la gente è ovviamente diviso in due: colpevole o innocente. E mentre la famiglia si prepara al processo con l'aiuto di una squadra che si occupa della difesa (una cosa che getterà sul lastrico i Drier), non manca ovviamente la partecipazione della ragazza a un programma tv dedicato ai casi giudiziari con un cronista (Gael Garcia Bernal) non troppo corretto. Lei va lì per difendersi, per affidarsi al giudizio mediatico che pesa anche più di quello del tribunale. Nel frattempo, come è per un buon thriller, si apre il legittimo sospetto che Dolores, l'acusada, forse non sia davvero colpevole. «Il film», dice il regista ieri a Venezia, «considera il crimine all'interno del contesto sociale e, più precisamente, dal punto di vista della famiglia. Volevo raccontare questa storia all'interno dei vincoli familiari e non, come si fa sempre dall'esterno». (f.g.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.