Addio a Ettore Mo, storico inviato di guerra

Aveva 91 anni: «Per raccontare cosa accade bisogna vederlo, parlare con la gente, consumare le suole»
MILANO. Era modesto nel descriversi Ettore Mo, lo storico inviato del Corriere della Sera deceduto lunedì a 91 anni dopo una vita passata fra viaggi in giro per il mondo e il suo rifugio di Dagnente, una frazione di Arona, sul lago Maggiore, dove si è stabilito con la moglie Christine e ha cresciuto tre figli.
«Statura inferiore alla media, voce da comprimario» si è definito in uno degli ultimi articoli firmati per il Corsera nel 2014, un ricordo di Tiziano Terzani a dieci anni dalla morte. Lui, che aveva studiato canto lirico, ha scelto una metafora musicale per spiegare quanto fossero diversi fisicamente: Terzani, alto e prestante, era un tenore, lui nell’aspetto un comprimario. Ma solo nell’aspetto. «C’era una cosa che mi accomunava fortemente a Tiziano: la fede assoluta nella testimonianza diretta. In parole semplici: per raccontare una vicenda (fosse una catastrofe, un dramma di guerra, il cenone dei coscritti) occorreva andare sul posto». E lui di questo ha fatto una regola di vita. Nato a Borgomanero, in provincia di Novara, nel 1932, dopo il liceo si iscrive a Lingue a Cà Foscari e viaggia: fa il cameriere a Parigi, l’insegnante a Madrid, il barista alle isole della Manica, lavora sulle navi, a Londra è infermiere. Ma la sua passione è la scrittura e quindi si presenta all’allora corrispondente del Corriere della Sera a Londra Piero Ottone che legge alcuni suoi pezzi e gli dice: «Lei sa tenere la penna in mano».
Così inizia la sua gavetta al Corsera, con cinque anni come «vice, del vice, del vice» a Londra. Nel 1967 è richiamato in Italia dove si occupa di cultura. Poi nel 1979 avviene la rivoluzione iraniana: «Vai là, mi hanno detto, e racconta come ci racconti gli spettacoli». E Mo diventa inviato. Va in Iran, e poi in Afghanistan dove entra passando a piedi e a cavallo dal Pakistan perché nei posti bisogna esserci, «consumare la suola delle scarpe», perché per raccontare cosa succede bisogna vederlo, parlare con la gente. E poi scriverlo in modo «sobrio» con «rispetto del male, delle tragedie che gli altri stanno soffrendo», perché la cronaca «non deve sembrare teatro». In Afghanistan – Paese che gli resta nel cuore – conosce Massud, il leone del Panshir, in India madre Teresa, intervista Pavarotti sulla malattia che l’avrebbe ucciso, è a Srebrenica dopo il massacro, a Mostar, in Sudamerica, in Medio Oriente e Cecenia. Scrive libri come “La peste, la fame, la guerra”, “Gulag e altri inferni”, “Kabul, Kabul”, “Ma nemmeno malinconia. Storia di una vita randagia” sui suoi inizi. Vince premi a decine, nel 2003 è nominato dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi Grande ufficiale. Ma fin che può non si ferma. È conscio dei rischi che corre ma «quando la città comincia a bruciare è normale che ogni buon cronista voglia godersi l’incendio e le sue devastazioni il più vicino possibile, anche», spiega in un articolo dopo la morte in Afghanistan di Maria Grazia Cutuli, «a costo di scottarsi: da lontano non è la stessa cosa».
