Addio a Evtushenko, il poeta della Russia profonda

Lo scrittore è morto a 84 anni a Tulsa negli Usa dove insegnava all’università La moglie: il suo ultimo desiderio, essere sepolto a Peredelkino vicino a Mosca
di Giuliano Di Tanna
È morto il poeta russo Evgheni Evtushenko. Lo ha annunciato, ieri sera, la moglie Maria Novikova. Evtushenko aveva 84 anni ed è deceduto in un ospedale negli Stati Uniti per un arresto cardiaco. «È morto alcuni minuti fa, circondato dai suoi cari. In modo sereno, nel sonno, per un arresto cardiaco», ha detto la vedova. Lo scrittore era ricoverato nella città di Tulsa, in Oklahoma, dal 12 marzo, e aveva espresso il desiderio di essere sepolto a Peredelkino, il «villaggio degli scrittori» vicino a Mosca. Oltre che come poeta, Evtushenko - in odor di Nobel nel 1963 - era noto anche come romanziere e drammaturgo. Condannò l'invio dei carri armati sovietici in Cecoslovacchia e sostenne la rivoluzione cubana. Dal 1991 viveva con la famiglia negli Usa, dove insegnava all'università di Tulsa. Ha scritto oltre 150 libri.
Nel 2008 Evtuschenko ricevete il Premio internazionale Gabriele D'Annunzio di poesia, promosso dal Centro nazionale di studi dannunziani con il rettorato e con la facoltà di Lettere dell'università D'Annunzio di Chieti-Pescara. Nel corso della cerimonia di consegna del premio il poeta russo declamò alcuni suoi componimenti, fra cui tre poesie inedite composte per l'occasione. Una delle tre si intitolava “Il Sorpasso” ed era dedicata a Gassman, «al mio amico Vittorio». In quell’occasione Evtushenko visitò la sede del . Centro a Pescara e rilasciò un’intervista al nostro quotidiano.
«Sono un Gesù Cristo mancato», disse in quella intervista, «Avrei dovuto interpretare Gesù nella "Passione secondo Matteo di Pasolini. Pier Paolo mi voleva in quel ruolo ma il regime non mi fece uscire dall'Unione Sovietica. Gli scrittori italiani di oggi? Non li conosco bene. Adoro, invece, D'Annunzio che ho tradotto in russo. Di lui amo soprattutto la "Francesca da Rimini" e qualche poesia. D'Annunzio è una parte essenziale della letteratura italiana. Il compito civile degli scrittori oggi? Per me è sempre lo stesso: fare da guardia al potere, lanciare l'allarme. Purtroppo è un compito che gli scrittori, oggi, non assolvono a pieno».
«Putin? Sì, lo so: molti parlano male di lui. Ma va detto che ha ereditato un Paese distrutto. Lui è un buon amministratore. Quello che mi preoccupa oggi della politica mondiale è, invece, questa "pace fredda", questo stato di tensione tra Russia e Stati Uniti che è gravido di rischi. I piccoli Stati non possono pensare di regolare le loro controversie mettendosi sotto la protezione dell'una o dell'altra super-potenza. La "pace fredda" di oggi potrebbe partorire una nuova guerra fredda: è questo il pericolo più grande per il mondo (...) La domanda che mi pongono più spesso in America è questa: "Mr Evtushenko, non ha paura che possa tornare il comunismo"? La mia risposta è sempre questa: no, il comunismo non può tornare per il semplice fatto che non c'è mai stato. Quello che abbiamo conosciuto in Russia nel Novecento è stato imperialismo, non comunismo. C'è un romanzo di Dostoevskij, "I demoni", che all'epoca dell'Urss era definito "anti-rivoluzionario" e che, invece, secondo me, dovrebbe essere dato come manuale per chi fa politica perché mette in guardia dai pericoli delle sette rivoluzionarie. In passato nell'Urss, grandissimi scrittori come Pasternak erano bollati a torto come anti-patriottici. Pasternak non si batteva il petto, ogni minuto, proclamandosi un patriota, ma non per questo poteva essere etichettato come anti-patriottico. Solgentisyn, che io ho difeso quand'era attaccato, era anche lui un patriota anche se un po' troppo panslavista».
«Il cinema italiano neo-realistico ha rappresentato una grande lezione per noi in Russia nel dopoguerra. Quei film, "Ladri di bicicletta", "Roma città aperta", "Roma ore 11" di Giuseppe De Santis, i film del mio grande amico Cesare Zavattini, li faccio proiettare, ogni anno in Oklahoma, per i miei studenti. Quei film ci fecero capire che il cinema può essere arte. Negli anni del dopoguerra in Russia, il cinema sovietico non mostrava la realtà. Così, il cinema italiano era come una finestra aperta sulla vita vera. Gielo dissi, a Zavattini, il debito che noi avevamo verso quel cinema. Sapete che cosa mi rispose il mio amico Cesare? "Eugenio, siamo noi, invece, a essere i figli del realismo russo dell'Ottocento"».
«Quanti amici ho avuto nel cinema italiano! Pasolini, Gassman, Fellini. Che magnifici ricordi. Una volta ero al mare a Fregene, ospite di Federico e di Giulietta. Siamo sulla spiaggia. Mi viene voglia di fare un bagno. Federico fa: Eugenio, non lo fare, con tutto il barolo che abbiamo bevuto non è prudente. Ma io non lo sto a sentire e mi tuffo lo stesso. E' un attimo, mi prendono i crampi alle gambe. Fellini è dovuto venire a salvarmi in acqua».
Evtushenko crede in Dio?, fu l’ultima domanda di quella intervista. «E' una domanda troppo personale», rispose Evtushenko. «Potrei dire che credo in un mio dio personale, privato. Ma mi viene da pensare che la stessa lingua russa è piena di tracce della presenza di Dio nelle parole e nelle espressioni più comuni. Dai noi grazie si dice "spasiba", che è una parola composta da due termini e vuol dire: che Dio ti salvi. Vedete come è mistica e piena di Dio la lingua russa?».
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